E quando compare un'altra nave da guerra non passano neanche dieci minuti e già si sfiora lo scontro armato, con conseguenti congiure fortunatamente abortite per eliminare l'uno o l'altro comandante... Uno potrebbe anche dire che si tratta dell'errore degli scrittori, che non è verosimile, ma sarebbe troppo semplice, perché quando ci si sforza di esercitare l'immaginazione, di questi tempi, il risultato è sempre lo stesso: una replica in peggio dell'esistente. Sarà a causa dell'atrofia diffusa dell'immaginazione stessa o di un'oscura sensazione di intrappolamento in un quadro di riferimento sempre più brutale (altro che letto di Procuste, quello almeno se la prendeva solo con i pochi passanti :), fatto sta le caratteristiche centrali delle nostre proiezioni restano quelle: un rapporto di amore/odio con la tecnologia e la paura neanche troppo latente che essa possa costarci l'annientamento, una sfiducia essenziale nelle capacità di evoluzione sociale e umana della nostra razza, una messa a fuoco spietata di uno dei nostri tratti peggiori, la faziosità e l'incapacità di sacrificio e messa da parte di divergenze per uno scopo comune, per quanto importante questo possa essere. Non c'è che dire, a guardare Battlestar Galactica la sensazione netta è che l'umanità intera sia di sinistra
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giovedì 2 giugno 2011
L'umanità è di sinistra
E quando compare un'altra nave da guerra non passano neanche dieci minuti e già si sfiora lo scontro armato, con conseguenti congiure fortunatamente abortite per eliminare l'uno o l'altro comandante... Uno potrebbe anche dire che si tratta dell'errore degli scrittori, che non è verosimile, ma sarebbe troppo semplice, perché quando ci si sforza di esercitare l'immaginazione, di questi tempi, il risultato è sempre lo stesso: una replica in peggio dell'esistente. Sarà a causa dell'atrofia diffusa dell'immaginazione stessa o di un'oscura sensazione di intrappolamento in un quadro di riferimento sempre più brutale (altro che letto di Procuste, quello almeno se la prendeva solo con i pochi passanti :), fatto sta le caratteristiche centrali delle nostre proiezioni restano quelle: un rapporto di amore/odio con la tecnologia e la paura neanche troppo latente che essa possa costarci l'annientamento, una sfiducia essenziale nelle capacità di evoluzione sociale e umana della nostra razza, una messa a fuoco spietata di uno dei nostri tratti peggiori, la faziosità e l'incapacità di sacrificio e messa da parte di divergenze per uno scopo comune, per quanto importante questo possa essere. Non c'è che dire, a guardare Battlestar Galactica la sensazione netta è che l'umanità intera sia di sinistra
venerdì 24 aprile 2009
Buone pratiche e responsabilità diffusa
Su un recente Espresso (14/2009, pp. 156-159) c'è un articolo di un certo interesse - che trovate qui - sulle aziende italiane che valorizzano i dipendenti non solo a parole, ma anche nei fatti. Ci si trovano svariate cose sulle quali vale la pena riflettere, nel bene e nel male. Ad esempio, uno
degli estensori del rapporto Top Employers Italy 2009, di cui l'articolo dà conto, afferma: «Le aziende dovranno investire nei giovani talenti che si affacciano sul mercato del lavoro, dando loro autonomia e incoraggiandoli a prendere decisioni, assumersi responsabilità, promuovere iniziative.» Considerazione ineccepibile, se non fosse che non si capisce perché questo compito dovrebbero assumerselo solo le aziende, mentre le altre istituzioni coinvolte nel processo di socializzazione - agenzie, per chi ama i tecnicismi
- ne rifuggono come dalla peste. Mancando nella vita l'effetto Hollywood - quello del lieto fine - dare autonomia e stimolare la presa di responsabilità implica la capacità di essere d'esempio a simili prassi, spesso trovarsi in situazioni scomode o sgradevoli in cui si deve dire no, correggere comportamenti inadeguati, constatare fallimenti. Una cosa di cui non c'è traccia nell'articolo, né nella retorica diffusa di cui è un ottimo specchio, è il comportamento di fronte al fallimento, analizzato con grande acume da Sennett nel suo splendido L'uomo flessibile. Trattazione che si occupa di un altro caposaldo delle buone pratiche narrate in Aziende da sogno, l'idea pseudo-libertaria di responsabilità diffusa, per cui nessuno è in grado di dare ordini perché si è tutti uguali e la spinta a far meglio nasce dal
gruppo e dal proprio senso del dovere. Apparentemente un'ottima idea, se non fosse che in ultima analisi cancella quell'idea di responsabilità di cui si parlava prima, facendo sì che di fatto un potere continui a esercitarsi (di nuovo nel bene e nel male, visto che attualmente sembra che i manager siano diventati i capri espiatori di tutto
come può leggersi qui) senza però che in linea di massima se ne sopporti il peso. Bourdieu parlerebbe di habitus, Freud di Super-Io o di sua furba strumentalizzazione: i punti di vista abbondano. Sennett è più orientato a pensare a strategie di dominio che hanno però la controindicazione di svuotare vita e persone di senso e spessore, producendo quell'uomo postmoderno proteiforme e leggero tanto amato da Maffesoli, che spesso ne perde di vista lo smarrimento e il sospetto corrosivo di inutilità esistenziale.
L'altra questione in filigrana - posto che va comunque benissimo che qualcuno abbia forse raggiunto una visione integrata della Scuola delle Relazioni Umane - è: siamo proprio così sicuri che ci sia questa gran voglia di assumersi responsabilità, promuovere iniziative ed essere autonomi? Per quanto mi dolga dirlo, a me non pare...
L'altra questione in filigrana - posto che va comunque benissimo che qualcuno abbia forse raggiunto una visione integrata della Scuola delle Relazioni Umane - è: siamo proprio così sicuri che ci sia questa gran voglia di assumersi responsabilità, promuovere iniziative ed essere autonomi? Per quanto mi dolga dirlo, a me non pare...
martedì 12 agosto 2008
La mistica del manager
Spesso, quando parlo di prospettiva immaginale, studenti e colleghi hanno difficoltà a capire cosa intendo, dato che sul tema "immaginario/immaginale" si è detto e scritto di tutto alla luce, tra l'altro, di uno dei pregiudizi più inflessibili e condivisi della nostra cultura. Allora passaggi come questo, privo di ogni ironia e pervaso, di contro, da uno stupore reverenziale, aiutano a spiegare. E' evidente - perlomeno ai miei occhi
C'è di buono che il processo inflattivo che ci ha portato a passi insulsi come quello appena citato o quest'altro capolavoro:
«L'ardita operazione ha la regia di un uomo determinato, il carioca Carlos Brito, volto nuovo del capitalismo mondiale. "E' bassetto, moro ed ha uno sguardo deciso. Quando l'ho visto la prima volta, il suo aspetto e la sua volontà di dominare il mondo mi hanno fatto pensare a Napoleone"» (A. D'Argenzio, La birra? E' in fermento, L'espresso 30/2008, p. 126)
il processo, dicevo, ha completamente perso di vista ogni senso della misura e ormai, più che sfiorare, sguazza nel ridicolo. E il ridicolo non è razionale, se Dio vuole! Riesce a imporsi nonostante i peana e le autoillusioni - che giocano in tutto questo un ruolo centrale - e a svelare che il Re è nudo. E patetico. Tanto per capirsi, il campione in odore di Napoleone qui sopra dirige una fabbrica di birra! Molto grande, ma pur sempre una fabbrica di birra. E i monaci shaolin più sopra sono gente che nella gran parte dei casi tira coca e reagisce come il famoso cane di Pavlov a poche parole chiave
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domenica 4 maggio 2008
Il magico dopo il moderno
Che dirne? Che, come al solito, pro e contro sono accuratamente mescolati: se da un lato la falla nella pretesa universalizzante della ragione restituisce incanto e mistero a un mondo che si andava irrimediabilmente appiattendo su una deprimente dimensione strumentale, dall'altro questo incanto non viene mai tematizzato in sé o dotato di una dignità autonoma, ma si trova rivestito di nuovo di una patina utilitaria. I "mostri" vengono sopportati - o addirittura accettati - perché fanno comodo, perché arrivano dove i mezzi tradizionali, lisi, non sono più in grado di fare la differenza... E' il segno di uno sdoganamento: temo che si tratti però più di paura e smarrimento che di curiosità scevra da pregiudizi e apertura alla magica complessità del reale.
sabato 12 aprile 2008
Persi nel labirinto
E allora, potrei chiedere? Ci sarebbe qualcosa di male oppure paradossalmente potrebbe non esserci modo migliore di andare avanti? Arrancando, come facciamo un po' tutti in questo inizio di XXI secolo, orfani di certezze, verità e altri tipi di bussola, gettati in una cultura che ricorda sempre più da vicino Tafazzi, ma senza la simpatia. C'è qualcosa del cupio dissolvi in un flusso di pensiero, ricerca e ragionamento che mira senza tregua a minare le sue stesse basi, ad annullare i suoi presupposti e la sua stessa pensabilità in nome di... cosa? Della soddisfazione masochistica di aver avuto Ragione? Dell'affrancamento da una dimensione emotiva ed estetica che si è deciso di giudicare non umana, ma
Una delle domande più impellenti cui volevo rispondere stasera è questa: perché hanno tutti così tanta fretta di andar via? La gran parte dei protagonisti non ha una vita, ha solo desolazione, grane, solitudine, eppure non si gode un momento che è uno in un posto che sembra il paradiso in terra, tanto che Hugo si ricorda di fare un tuffo solo quando è finalmente certo di star andando via... Certo, una parola grossa
E poi c'è il Destino, la teleologia del vivere contro la radicale mancanza di senso, quella che trasforma in eroi anche degli ex-tossici e a tratti sbalza il discorso a livelli cui siamo impreparati. L'isola chiama, l'isola sceglie. La sola rassicurazione possibile è l'inserimento in un disegno più grande, la fede con o senza maiuscola? Abbiamo grossi pregiudizi su tutto ciò che limita la nostra libertà tranne che su noi stessi, che spesso siamo i primi a rinchiuderci in idee stantie e non nostre, che la libertà vera non sappiamo più dove sta di casa e fuggiamo da chi tenta di mostarcela. O gli spariamo, come capita spesso al buon Locke, uno dei tanti miracolati, ma almeno uno che ha capito. Che lì dopo tutto si sta meglio.
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mercoledì 31 ottobre 2007
Di nuovo House
E' notte e in tv c'è uno speciale di Matrix sul dottor House. Abbiamo esperti assortiti, produttori e un giovane filosofo che con alcuni colleghi ha pubblicato un lavoro su La filosofia del dottor House. Come dicevo tempo fa, per un semplice serial sembra in grado di proporre molti spunti! Al di là del fatto che da più parti ci si sta accorgendo che di "semplice" alcuni serial non hanno proprio niente - tanto da essere paragonati al romanzo per la capacità descrittiva del reale proprio di questo torno di tempo - quello che mi colpisce della trasmissione è ancora una volta l'abilità di girare intorno agli argomenti senza coglierne aspetti centrali se non di sponda. Una delle poche osservazioni interessanti ha come spunto di partenza una domanda di Mentana sul perché negli USA i serial di ispirazione ospedaliera vanno fortissimo accanto a quelli investigativi, mentre in Italia funzionano solo i secondi: il giovane filosofo risponde opportunamente ricordando l'immenso problema costituito dalla sanità per la stragrande maggioranza degli americani. Risposta che si potrebbe integrare con altri corollari: il grande problema che è oggi in Italia la sicurezza e il fatto che nonostante gli alti lai noi evidentemente ci rappresentiamo la sanità molto meglio di quanto non sembri. Questa scala di ragionamento va bene anche per la questione generale del perché i serial medici sono comunque così gettonati: Regazzoni richiama il tema della vita e della morte e della fragilità della prima, senza però accentuare il peculiare aspetto problematico che sta assumendo, legato all'ossessione per la fine della vita - cui non fa più da contraltare una qualche soteriologia - e alla carica immaginale irresistibile che si sedimenta per contro sulla medicina intesa come nuova fede, cioè nuova strategia di salvezza e metodo per conquistare questa stessa salvezza nella quotidianità, sconfiggendo l'azione del tempo, il decadimento e la consunzione.
Un'altra cosa che non è venuta fuori che per caso - e solo per intenditori
House è così seguito e ha tanto successo perché incarna una nostalgia indicibile - perché radicalmente fuori dagli schemi correnti - per un uomo capace di far fronte al destino pur sapendo di essere fallibile, capace di fregarsene dei canoni in un'epoca in cui essi sono sempre più norma soffocante e obbligo di comportamento. House, direbbe probabilmente Simmel, è un soggetto in piena forma nonostante il suo tempo.
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sabato 9 dicembre 2006
Ipertesto sia!
Vista la labile separazione tra categorie e luoghi ad esse deputati che vige
in questa costellazione di blog ed altri ambiti di discussione, ecco quello che avrebbe potuto essere un commento all'ultimo post di GiaNluC sul blog di Sociologica. A parte i ringraziamenti per l'indefesso - anche se a volte frenetico e spiazzante *grin* - lavoro di aggiornamento tecnologico del sito, devo dire che la scelta del clip con cui inaugurare la possibilità di postare dei video è geniale. Invito pertanto tutti i fruitori più o meno entusiasti di questi nodi anche-didattici a dargli un occhio (è il post di oggi, 9 dicembre), ragionando non solo sul problema dell'immagine e della sua normatività, ma anche su quello - ancora più inquietante - della realtà e della sua sostanza...
venerdì 24 novembre 2006
Bulli e pupe
Sto evidentemente invecchiando. Lo intuisco da segni diversi. Uno, ad esempio, è lo scarso entusiasmo con cui lavoro a questo blog - al quale
d'altro canto non concorre il vivace feedback che ne origina *sigh* - come se la "follia controllata" di cui parlava il don Juan di Castaneda cominciasse a farmi difetto nella sua pars construens, quella in cui si agisce "come se" le cose di questo mondo avessero una qualche importanza. Un altro segno è il decrescere della soglia di tolleranza della stupidità, unito alla sconsolata constatazione che la prima legge di Cipolla ha il limite tendente all'infinito, come già suggeriva d'altronde Einstein. E' vero, sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Paretianamente, si tende a trasformare questa insopportabile verità in qualcosa all'apparenza peggiore, ma capace per paradosso di riscattare la pretesa all'intelligenza della specie. Si parla allora di interessi, di egoismo, di ipocrisia, qualcosa insomma che permetta di salvare la faccia della razionalità, se non quella dell'etica di cui tanto non importa più un tubo a nessuno... L'età sembra suggerire che si tratta di pie illusioni, che il diavolo - se esiste - ha già vinto sulla Terra per manifesta inferiorità dell'avversario. E anche sul diavolo, in ultima analisi, si addensano foschi dubbi: a che serve se non a salvare la fola estrema che si debba pagare per la propria stupidità (in chiave valoriale, i propri peccati)? Un giudizio e una pena salvano anch'essi la faccia del genere umano, crudele, spietato, pronto a sacrificare gli altri, ma per calcolo, per
una qualche forma corrotta di intelligenza. Il problema è che la stupidità si annida nell'argomento stesso: quale sarebbe la forma di intelligenza che, in vista di un guadagno immediato, sacrifica la possibilità stessa di goderne devastando l'ambiente in cui questo godimento dovrebbe aver luogo? Avrei detto che Verga avesse già dimostrato in modo inequivocabile che "la roba" non si può portare all'altro mondo, inferno o paradiso che sia. Si è evidentemente pensato di portare qui l'altro mondo, dimentichi di diritti umani universali e generazioni future...
E già che parliamo di generazioni future, veniamo all'oggetto iniziale di questo post, dedicato all'emergenza sociale che oggi tiene banco, il bullismo e le sue ricadute multimediali. In prima battuta, non ho potuto evitare un brivido nervoso per l'ipocrisia diffusa con cui il tema viene affrontato un po' ovunque, nelle pillole di saggezza e nei pareri degli esperti. E poi mi sono autosnervato per la condiscendenza ipocrita con cui l'uso di questa categoria tratta la società e la cultura che esprime. Ipocrisia vorrebbe dire che qualcuno ha ben chiare le ragioni dell'escalation della violenza minorile e per suoi oscuri motivi le dissimula dietro letture da esse difformi, fatte di luoghi comuni e ciance assortite. Magari! L'età che avanza suggerisce che dietro l'idea che i cellulari ne siano in parte responsabili non ci sia altro che atrofia cerebrale, che lo stupore con cui si accolgono imprese e relativi filmati sia genuino. Dopo che da decenni si martella ovunque l'equazione "visibilità mediatica=esistenza" e la gemella "visibilità mediatica=successo" ci si stupisce che essa sia perseguita ad ogni costo, di norma con i mezzi più semplici, la violenza - individuale o di gruppo - o il rischio della vita. Dopo decenni in cui si è profuso ogni sforzo per trasformare i bambini, o ragazzini, in consumatori simili agli adulti, ci si stupisce che essi, sprovvisti delle più elementari leve critiche, adottino anche gli altri lodevoli modelli di comportamento che gli adulti offrono loro.
Uno dei pochi che oggi sembra conservare senso di responsabilità e,
meglio, di dignità, è Roberto Saviano, giornalista e scrittore napoletano di raro coraggio. In un suo recente articolo sull'Espresso, degno di attenta ed approfondita analisi, scrive:
Vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo.
Se ogni forma è lecita pur di raggiungere la meta che questa cultura ritiene la sola auspicabile, il successo economico e la visibilità che ne consegue - che a un livello più profondo significano esistenza dotata di un senso - perché il bambino o ragazzino non dovrebbe ricorrere ai mezzi a sua disposizione, nutriti dei tanti pregiudizi in cui si è trasformata la libera e responsabile attività del pensiero? Perché non picchiare un qualche portatore di stigma o, in sua assenza, stigmatizzare qualcuno per poterlo picchiare e vantarsene? Perché non replicare le "nuove" pratiche di conquista erotica, segno di una crescente incapacità comunicativa e della violenza brutale che ne consegue? Cosa c'è di strano o di stupefacente? La sola cosa strana è il fatto che queste semplici correlazioni non vengano in mente... Fortuna che c'è Cipolla che offre una desolante, ma efficace, chiave di lettura a questo ingombrante quesito.
E già che parliamo di generazioni future, veniamo all'oggetto iniziale di questo post, dedicato all'emergenza sociale che oggi tiene banco, il bullismo e le sue ricadute multimediali. In prima battuta, non ho potuto evitare un brivido nervoso per l'ipocrisia diffusa con cui il tema viene affrontato un po' ovunque, nelle pillole di saggezza e nei pareri degli esperti. E poi mi sono autosnervato per la condiscendenza ipocrita con cui l'uso di questa categoria tratta la società e la cultura che esprime. Ipocrisia vorrebbe dire che qualcuno ha ben chiare le ragioni dell'escalation della violenza minorile e per suoi oscuri motivi le dissimula dietro letture da esse difformi, fatte di luoghi comuni e ciance assortite. Magari! L'età che avanza suggerisce che dietro l'idea che i cellulari ne siano in parte responsabili non ci sia altro che atrofia cerebrale, che lo stupore con cui si accolgono imprese e relativi filmati sia genuino. Dopo che da decenni si martella ovunque l'equazione "visibilità mediatica=esistenza" e la gemella "visibilità mediatica=successo" ci si stupisce che essa sia perseguita ad ogni costo, di norma con i mezzi più semplici, la violenza - individuale o di gruppo - o il rischio della vita. Dopo decenni in cui si è profuso ogni sforzo per trasformare i bambini, o ragazzini, in consumatori simili agli adulti, ci si stupisce che essi, sprovvisti delle più elementari leve critiche, adottino anche gli altri lodevoli modelli di comportamento che gli adulti offrono loro.
Uno dei pochi che oggi sembra conservare senso di responsabilità e,
Vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo.
Se ogni forma è lecita pur di raggiungere la meta che questa cultura ritiene la sola auspicabile, il successo economico e la visibilità che ne consegue - che a un livello più profondo significano esistenza dotata di un senso - perché il bambino o ragazzino non dovrebbe ricorrere ai mezzi a sua disposizione, nutriti dei tanti pregiudizi in cui si è trasformata la libera e responsabile attività del pensiero? Perché non picchiare un qualche portatore di stigma o, in sua assenza, stigmatizzare qualcuno per poterlo picchiare e vantarsene? Perché non replicare le "nuove" pratiche di conquista erotica, segno di una crescente incapacità comunicativa e della violenza brutale che ne consegue? Cosa c'è di strano o di stupefacente? La sola cosa strana è il fatto che queste semplici correlazioni non vengano in mente... Fortuna che c'è Cipolla che offre una desolante, ma efficace, chiave di lettura a questo ingombrante quesito.
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