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giovedì 2 giugno 2011

L'umanità è di sinistra

Battlestar GalacticaPer un certo periodo ne ero stato lontano. Più o meno come da una malattia lol Lo seguiva mia moglie, ma io ero riuscito a evitare. D'altronde i serial sono proprio come una malattia o una forma estrema di collezionismo: più ne vedi, più sei curioso o almeno più ne vorresti vedere. Solo che il giorno è fatto di 24 ore, nonostante quello che afferma la nuova campagna MySky secondo la quale tu vivi la tua vita, ti registri quello che ti pare e poi... Quand'è che dovresti vederlo? Invece di dormire? Oppure chiedi un sunto al tuo videoregistratore sotto mentite spoglie, quello che tempo addietro qualcuno immaginava sbracato sul divano a divorare pizze guardando film al posto tuo? Misteri gaudiosi della tv e della vita moderna... Comunque a questo ero sfuggito! Poi, a novembre scorso, sono andato a Lucca Games ed era uscito il boardgame. Impossibile non comprarlo, con consorte e altri amici appassionati. Così ci siamo trovati intorno a un tavolo, due fan e due completi ignoranti ed è stato subito chiaro che ci mancavano le basi. E' stata addirittura l'occasione di una ricerca bibliografica online, a caccia delle prime serie e dei prequel e poi delle quattro stagioni complete. Ed eccomi qui a scriverci sopra qualche idea.

Perché Battlestar Galactica non è per niente male. Forse non per le ragioni addotte dagli appassionati, ma piuttosto per quello che tanto per cambiare ci dice su noi stessi, uomini che immaginano il futuro secondo linee rivelatrici. Primo tema: le macchine. Non per citare il mio saggio sul cyborg, ma la trama ne è un'esposizione perfetta. Gli umani inventano le solite macchine per aiutarsi, le quali come al solito si straniscono pesantemente del trattamento loro riservato e decidono di sterminare l'intera razza dei loro creatori. I siloni - questo il nome della nuova versione di robot - però non si fermano qui: da tostapane meccanici ultraperfezionati evolvono in modelli similumani indistinguibili dagli originali, i quali vivono poi tutte le sofferenze e i tormenti del versante oscuro dell'umanità, almeno a sentire i cartesiani: emozioni, amore, dolore, tutto quello da cui noi vorremmo - perlomeno a parole - liberarci diviene il loro oggetto del desiderio, arrivando in alcuni casi a configurare un tradimento della propria parte a favore dell'avversario. Cioè noi. E qui secondo tema: noi, come saremo noi sull'orlo dell'estinzione causata dalla nostra stessa tecnologia? Migliori, più saggi? Avremo imparato dai nostri errori? Cambiato il punto di vista sul mondo? Nossignore, saremo gli stessi stronzi insopportabili di sempre, talmente in balia dei luoghi comuni e delle azioni tradizionali da continuare ad applicare modelli di comportamento assurdi a situazioni estreme. Così, in una flotta in cui c'è solo una nave combattente a difesa di decine di altre civili, il conflitto tra queste e quella è costante, con giornalisti e politici rompiscatole ai quali serve un documentario girato da un silone ancora in incognito per capire che senza quelle armi non ci sarebbe futuro, sempre che ne sia rimasto uno.

Battlestar Galactica - la nave
E quando compare un'altra nave da guerra non passano neanche dieci minuti e già si sfiora lo scontro armato, con conseguenti congiure fortunatamente abortite per eliminare l'uno o l'altro comandante... Uno potrebbe anche dire che si tratta dell'errore degli scrittori, che non è verosimile, ma sarebbe troppo semplice, perché quando ci si sforza di esercitare l'immaginazione, di questi tempi, il risultato è sempre lo stesso: una replica in peggio dell'esistente. Sarà a causa dell'atrofia diffusa dell'immaginazione stessa o di un'oscura sensazione di intrappolamento in un quadro di riferimento sempre più brutale (altro che letto di Procuste, quello almeno se la prendeva solo con i pochi passanti :), fatto sta le caratteristiche centrali delle nostre proiezioni restano quelle: un rapporto di amore/odio con la tecnologia e la paura neanche troppo latente che essa possa costarci l'annientamento, una sfiducia essenziale nelle capacità di evoluzione sociale e umana della nostra razza, una messa a fuoco spietata di uno dei nostri tratti peggiori, la faziosità e l'incapacità di sacrificio e messa da parte di divergenze per uno scopo comune, per quanto importante questo possa essere. Non c'è che dire, a guardare Battlestar Galactica la sensazione netta è che l'umanità intera sia di sinistra

venerdì 24 aprile 2009

Buone pratiche e responsabilità diffusa

Su un recente Espresso (14/2009, pp. 156-159) c'è un articolo di un certo interesse - che trovate qui - sulle aziende italiane che valorizzano i dipendenti non solo a parole, ma anche nei fatti. Ci si trovano svariate cose sulle quali vale la pena riflettere, nel bene e nel male. Ad esempio, unoFailure degli estensori del rapporto Top Employers Italy 2009, di cui l'articolo dà conto, afferma: «Le aziende dovranno investire nei giovani talenti che si affacciano sul mercato del lavoro, dando loro autonomia e incoraggiandoli a prendere decisioni, assumersi responsabilità, promuovere iniziative.» Considerazione ineccepibile, se non fosse che non si capisce perché questo compito dovrebbero assumerselo solo le aziende, mentre le altre istituzioni coinvolte nel processo di socializzazione - agenzie, per chi ama i tecnicismi - ne rifuggono come dalla peste. Mancando nella vita l'effetto Hollywood - quello del lieto fine - dare autonomia e stimolare la presa di responsabilità implica la capacità di essere d'esempio a simili prassi, spesso trovarsi in situazioni scomode o sgradevoli in cui si deve dire no, correggere comportamenti inadeguati, constatare fallimenti. Una cosa di cui non c'è traccia nell'articolo, né nella retorica diffusa di cui è un ottimo specchio, è il comportamento di fronte al fallimento, analizzato con grande acume da Sennett nel suo splendido L'uomo flessibile. Trattazione che si occupa di un altro caposaldo delle buone pratiche narrate in Aziende da sogno, l'idea pseudo-libertaria di responsabilità diffusa, per cui nessuno è in grado di dare ordini perché si è tutti uguali e la spinta a far meglio nasce dal Human Resourcesgruppo e dal proprio senso del dovere. Apparentemente un'ottima idea, se non fosse che in ultima analisi cancella quell'idea di responsabilità di cui si parlava prima, facendo sì che di fatto un potere continui a esercitarsi (di nuovo nel bene e nel male, visto che attualmente sembra che i manager siano diventati i capri espiatori di tutto come può leggersi qui) senza però che in linea di massima se ne sopporti il peso. Bourdieu parlerebbe di habitus, Freud di Super-Io o di sua furba strumentalizzazione: i punti di vista abbondano. Sennett è più orientato a pensare a strategie di dominio che hanno però la controindicazione di svuotare vita e persone di senso e spessore, producendo quell'uomo postmoderno proteiforme e leggero tanto amato da Maffesoli, che spesso ne perde di vista lo smarrimento e il sospetto corrosivo di inutilità esistenziale.
L'altra questione in filigrana - posto che va comunque benissimo che qualcuno abbia forse raggiunto una visione integrata della Scuola delle Relazioni Umane - è: siamo proprio così sicuri che ci sia questa gran voglia di assumersi responsabilità, promuovere iniziative ed essere autonomi? Per quanto mi dolga dirlo, a me non pare...

martedì 12 agosto 2008

La mistica del manager

monk 2«Nell'aria rarefatta del mattino i manager sono riuniti in meditazione. Ascoltano concentrati le note del canto gregoriano che si diffondono nel parco della villa barocca che fu dei gesuiti (...). Sono appena le otto, ma è già tardi (...). Del resto poche ore di sonno sono sufficienti per persone che, come spiega l'amministratore delegato di una importante azienda, devono avere fisico allenato e tempra da atleti per affrontare le responsabilità quotidiane» (M. Cavallieri, Slalom di carriera, L'espresso 30/2008, p. 144)

Spesso, quando parlo di prospettiva immaginale, studenti e colleghi hanno difficoltà a capire cosa intendo, dato che sul tema "immaginario/immaginale" si è detto e scritto di tutto alla luce, tra l'altro, di uno dei pregiudizi più inflessibili e condivisi della nostra cultura. Allora passaggi come questo, privo di ogni ironia e pervaso, di contro, da uno stupore reverenziale, aiutano a spiegare. E' evidente - perlomeno ai miei occhi - che la figura del manager, lungi dall'essere percepita e intesa come una professione tra le tante, riassume in sé dei tratti eroici e spirituali che ne fanno la versione contemporanea dell'eroe-sacerdote. D'altro canto basta pensarci su un momento: a) possiede un sapere esoterico che spesso è incomprensibile a lui stesso (siamo tornati addirittura ai vaticini di Delfi!); b) fa parte di un gruppo ristretto al di là del bene o del male (quasi nessun esponente di questa casta - contro la quale non odo strepiti o manifestazioni! - ha mai pagato per i considerevoli sfracelli combinati: in Italia poi prendono premi stratosferici anche se abbandonano la nave mentre affonda per colpa loro oppure se ammettono candidamente di non sapere nulla di ciò che accade nelle loro aziende, come il buon Tronchetti Provera di recente o l'attualeThe Leader Presidente del Consiglio); c) è bello, elegante, potente, sempre attorniato da donne splendide... Appare abbastanza chiaro che il culto dell'economia non può essere scalfito da semplici osservazioni razionali, quali il richiamo all'abisso nel godimento dei suoi profitti, all'ambiente al collasso o alla stupidità raccapricciante della gran parte dei comportamenti da essa influenzati: l'apparato simbolico e immaginale è troppo potente per temere il misero attacco della ragione. Risalta, nella breve citazione, un registro evocativo che rinvia a spessore spirituale e carisma, uniti alle non comuni doti fisiche e caratteriali che fanno l'altro eroe del nostro tempo, il campione sportivo, per dipingere il personaggio di un romanzo, non un uomo in carne, ossa e - spesso - difetti. Un uomo al di sopra di sospetti e critiche, un... LEADER! E diciamola, no?, la parola magica che sostanzia in sé l'intera costellazione di senso!
C'è di buono che il processo inflattivo che ci ha portato a passi insulsi come quello appena citato o quest'altro capolavoro:

«L'ardita operazione ha la regia di un uomo determinato, il carioca Carlos Brito, volto nuovo del capitalismo mondiale. "E' bassetto, moro ed ha uno sguardo deciso. Quando l'ho visto la prima volta, il suo aspetto e la sua volontà di dominare il mondo mi hanno fatto pensare a Napoleone"» (A. D'Argenzio, La birra? E' in fermento, L'espresso 30/2008, p. 126)
Napoleon
il processo, dicevo, ha completamente perso di vista ogni senso della misura e ormai, più che sfiorare, sguazza nel ridicolo. E il ridicolo non è razionale, se Dio vuole! Riesce a imporsi nonostante i peana e le autoillusioni - che giocano in tutto questo un ruolo centrale - e a svelare che il Re è nudo. E patetico. Tanto per capirsi, il campione in odore di Napoleone qui sopra dirige una fabbrica di birra! Molto grande, ma pur sempre una fabbrica di birra. E i monaci shaolin più sopra sono gente che nella gran parte dei casi tira coca e reagisce come il famoso cane di Pavlov a poche parole chiave
The King Is NakedEd è anche un peccato, perché qualche segno di scuotimento dal torpore trionfalistico ci sarebbe anche. Lo stesso articolo di apertura, qui sopra, prosegue tirando in ballo nuove figure che rinunciano all'adorazione della carriera seguendo vocazioni non economicistiche, cosa che è musica per le mie orecchie, anche se nella prassi di vita di una tale evoluzione nei comportamenti non ho notizia né coscienza. Sarà che sono cinico...

domenica 4 maggio 2008

Il magico dopo il moderno

The Dresden FilesStrani segni invero, soprattutto quando si hanno occhi per vederli. Se è vero che i testi televisivi sono il commento e la descrizione del nostro tempo, i cambiamenti che si registrano nella loro lingua sono qualcosa di più dello sghiribizzo degli sceneggiatori. Indicano linee tendenziali e maree immaginali, ben più dei discorsi retorici dei media o della politica. O, se è per questo, dell'economia. Su Fox è partita una nuova serie, The Dresden Files, con un protagonista molto simpatico e con forti echi di quello che può ormai definirsi un classico dell'universo serial, Streghe. Ancora! si potrebbe dire: dopo n stagioni delle sorelle Halliwell ci ritroviamo con un menu appena appena diverso? Personaggi mitici e leggendari, libri con descrizioni perfino troppo puntuali, incantesimi e oggetti di potere... Roba stranota se non fosse che... L'aria è un po' diversa: prima di tutto un po' più hard-boiled, diretta a un pubblico adulto ch non ne può più di bigliettini in rima e pozioni monodose. E poi quella che in Streghe era una comoda via di fuga per episodi un tantino traballanti - l'amicizia con un poliziotto - diventa un tratto fondamentale, una connessione che funziona nei due sensi. E non è il soloUn'immagine di Medium caso. Gli esempi cominciano ad abbondare: abbiamo Missing, dove sogni e parapsicologia la fanno da padroni, tanto da diventare oggetto di un progetto FBI; abbiamo Medium, dove le doti soprannaturali della protagonista vengono normalmente sfruttate dalle forze di polizia. Gli esempi di un'irruzione sempre meno problematica di mezzi e strumenti "da ciarlatani" nella normalità quotidiana si moltiplicano. Il che la dice lunga sulle condizioni del discorso culturale prevalente fino a poco tempo fa. Un ritratto eccellente di questa battaglia di retroguardia viene da un episodio di Numb3rs, serie che pur ispirata a criteri diametralmente opposti finisce per far sembrare la matematica una magia in sé sortendo quindi l'effetto opposto a quello ricercato, almeno immagino: il protagonista, matematico provetto - anche troppo! - si scontra con un medium del quale tenta per tutto l'episodio di dimostrare l'inaffidabilità, con risultati non molto convincenti.
Che dirne? Che, come al solito, pro e contro sono accuratamente mescolati: se da un lato la falla nella pretesa universalizzante della ragione restituisce incanto e mistero a un mondo che si andava irrimediabilmente appiattendo su una deprimente dimensione strumentale, dall'altro questo incanto non viene mai tematizzato in sé o dotato di una dignità autonoma, ma si trova rivestito di nuovo di una patina utilitaria. I "mostri" vengono sopportati - o addirittura accettati - perché fanno comodo, perché arrivano dove i mezzi tradizionali, lisi, non sono più in grado di fare la differenza... E' il segno di uno sdoganamento: temo che si tratti però più di paura e smarrimento che di curiosità scevra da pregiudizi e apertura alla magica complessità del reale.
The System Is Incomplete

sabato 12 aprile 2008

Persi nel labirinto

Vignetta proprio niente male :)Oh beh, ci risiamo  anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...

E allora, potrei chiedere? Ci sarebbe qualcosa di male oppure paradossalmente potrebbe non esserci modo migliore di andare avanti? Arrancando, come facciamo un po' tutti in questo inizio di XXI secolo, orfani di certezze, verità e altri tipi di bussola, gettati in una cultura che ricorda sempre più da vicino Tafazzi, ma senza la simpatia. C'è qualcosa del cupio dissolvi in un flusso di pensiero, ricerca e ragionamento che mira senza tregua a minare le sue stesse basi, ad annullare i suoi presupposti e la sua stessa pensabilità in nome di... cosa? Della soddisfazione masochistica di aver avuto Ragione? Dell'affrancamento da una dimensione emotiva ed estetica che si è deciso di giudicare non umana, maUn'isola animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.

Una delle domande più impellenti cui volevo rispondere stasera è questa: perché hanno tutti così tanta fretta di andar via? La gran parte dei protagonisti non ha una vita, ha solo desolazione, grane, solitudine, eppure non si gode un momento che è uno in un posto che sembra il paradiso in terra, tanto che Hugo si ricorda di fare un tuffo solo quando è finalmente certo di star andando via... Certo, una parola grossa diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?

E poi c'è il Destino, la teleologia del vivere contro la radicale mancanza di senso, quella che trasforma in eroi anche degli ex-tossici e a tratti sbalza il discorso a livelli cui siamo impreparati. L'isola chiama, l'isola sceglie. La sola rassicurazione possibile è l'inserimento in un disegno più grande, la fede con o senza maiuscola? Abbiamo grossi pregiudizi su tutto ciò che limita la nostra libertà tranne che su noi stessi, che spesso siamo i primi a rinchiuderci in idee stantie e non nostre, che la libertà vera non sappiamo più dove sta di casa e fuggiamo da chi tenta di mostarcela. O gli spariamo, come capita spesso al buon Locke, uno dei tanti miracolati, ma almeno uno che ha capito. Che lì dopo tutto si sta meglio.
Un panorama dell'isola

mercoledì 31 ottobre 2007

Di nuovo House

Hugh Laurie aka Gregory House
E' notte e in tv c'è uno speciale di Matrix sul dottor House. Abbiamo esperti assortiti, produttori e un giovane filosofo che con alcuni colleghi ha pubblicato un lavoro su La filosofia del dottor House. Come dicevo tempo fa, per un semplice serial sembra in grado di proporre molti spunti! Al di là del fatto che da più parti ci si sta accorgendo che di "semplice" alcuni serial non hanno proprio niente - tanto da essere paragonati al romanzo per la capacità descrittiva del reale proprio di questo torno di tempo - quello che mi colpisce della trasmissione è ancora una volta l'abilità di girare intorno agli argomenti senza coglierne aspetti centrali se non di sponda. Una delle poche osservazioni interessanti ha come spunto di partenza una domanda di Mentana sul perché negli USA i serial di ispirazione ospedaliera vanno fortissimo accanto a quelli investigativi, mentre in Italia funzionano solo i secondi: il giovane filosofo risponde opportunamente ricordando l'immenso problema costituito dalla sanità per la stragrande maggioranza degli americani. Risposta che si potrebbe integrare con altri corollari: il grande problema che è oggi in Italia la sicurezza e il fatto che nonostante gli alti lai noi evidentemente ci rappresentiamo la sanità molto meglio di quanto non sembri. Questa scala di ragionamento va bene anche per la questione generale del perché i serial medici sono comunque così gettonati: Regazzoni richiama il tema della vita e della morte e della fragilità della prima, senza però accentuare il peculiare aspetto problematico che sta assumendo, legato all'ossessione per la fine della vita - cui non fa più da contraltare una qualche soteriologia - e alla carica immaginale irresistibile che si sedimenta per contro sulla medicina intesa come nuova fede, cioè nuova strategia di salvezza e metodo per conquistare questa stessa salvezza nella quotidianità, sconfiggendo l'azione del tempo, il decadimento e la consunzione.
Un'altra cosa che non è venuta fuori che per caso - e solo per intenditori - è l'estrema eterodossia del personaggio, incarnata nelle molte mail di protesta dirette da pazienti e medici italiani all'inserto Salute del Corriere della Sera. Eterodossia che anzi quasi tutti si sono sforzati di far rientrare in schemi consolatori come l'eroe burbero ma buono, il medico appena meno canonico del solito, etc. Come già scrivevo tempo fa, invece, per quanto possa sembrare controfattuale, il fascino del "buon" Gregory non è tanto nel giocare al di fuori delle regole - comportamento dopotutto non particolarmente originale - ma nell'incarnare una medicina completamente diversa da quella odierna, sempre più dipendente da analisi tecnologiche ed apparecchiature esoteriche e arroccata in una pretesa di infallibilità dai costi logistici ed esistenziali costantemente in crescita. Per lui la medicina è arte, intuizione, soprattutto incertezza. Unite a una sana dose di scetticismo sulle capacità miracolose di esami e altre diavolerie. House è la ragione com'era prima del mito del Progresso, versatile e capace di errore. Ma è anche altro. E quest'altro è ancora meno digeribile dal discorso culturale prevalente, che infatti si limita a sfruttarne il fascino senza però indagare troppo in proposito: House è l'individuo di talento, il genio, che si fida delle sue fulminazioni contro l'evidenza documentale e usa della sua certezza per sé e per gli altri, mettendosi ogni volta interamente a rischio. E' il contrario dell'omologazione statistica, del canone ormai inflazionato del lavoro di squadra - tant'è vero, come si notava in trasmissione, che è solo, usa il suo team come specchio, uditorio quasi del tutto privo di capacità d'azione - è un essere inattuale scaturito da un passato dove la fede nel soggetto era ben più viva di quanto non sia oggi, sebbene il soggetto stesso, poco democraticamente, non potesse essere chiunque, ma solo chi avesse il dono.
House è così seguito e ha tanto successo perché incarna una nostalgia indicibile - perché radicalmente fuori dagli schemi correnti - per un uomo capace di far fronte al destino pur sapendo di essere fallibile, capace di fregarsene dei canoni in un'epoca in cui essi sono sempre più norma soffocante e obbligo di comportamento. House, direbbe probabilmente Simmel, è un soggetto in piena forma nonostante il suo tempo.

sabato 9 dicembre 2006

Ipertesto sia!

Vista la labile separazione tra categorie e luoghi ad esse deputati che vigeil Weblog di Sociologica in questa costellazione di blog ed altri ambiti di discussione, ecco quello che avrebbe potuto essere un commento all'ultimo post di GiaNluC sul blog di Sociologica. A parte i ringraziamenti per l'indefesso - anche se a volte frenetico e spiazzante *grin* - lavoro di aggiornamento tecnologico del sito, devo dire che la scelta del clip con cui inaugurare la possibilità di postare dei video è geniale. Invito pertanto tutti i fruitori più o meno entusiasti di questi nodi anche-didattici a dargli un occhio (è il post di oggi, 9 dicembre), ragionando non solo sul problema dell'immagine e della sua normatività, ma anche su quello - ancora più inquietante - della realtà e della sua sostanza...

venerdì 24 novembre 2006

Bulli e pupe

Sto evidentemente invecchiando. Lo intuisco da segni diversi. Uno, ad esempio, è lo scarso entusiasmo con cui lavoro a questo blog - al qualedon Juan Matus d'altro canto non concorre il vivace feedback che ne origina *sigh* - come se la "follia controllata" di cui parlava il don Juan di Castaneda cominciasse a farmi difetto nella sua pars construens, quella in cui si agisce "come se" le cose di questo mondo avessero una qualche importanza. Un altro segno è il decrescere della soglia di tolleranza della stupidità, unito alla sconsolata constatazione che la prima legge di Cipolla ha il limite tendente all'infinito, come già suggeriva d'altronde Einstein. E' vero, sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Paretianamente, si tende a trasformare questa insopportabile verità in qualcosa all'apparenza peggiore, ma capace per paradosso di riscattare la pretesa all'intelligenza della specie. Si parla allora di interessi, di egoismo, di ipocrisia, qualcosa insomma che permetta di salvare la faccia della razionalità, se non quella dell'etica di cui tanto non importa più un tubo a nessuno... L'età sembra suggerire che si tratta di pie illusioni, che il diavolo - se esiste - ha già vinto sulla Terra per manifesta inferiorità dell'avversario. E anche sul diavolo, in ultima analisi, si addensano foschi dubbi: a che serve se non a salvare la fola estrema che si debba pagare per la propria stupidità (in chiave valoriale, i propri peccati)? Un giudizio e una pena salvano anch'essi la faccia del genere umano, crudele, spietato, pronto a sacrificare gli altri, ma per calcolo, per Katrina a New Orleansuna qualche forma corrotta di intelligenza. Il problema è che la stupidità si annida nell'argomento stesso: quale sarebbe la forma di intelligenza che, in vista di un guadagno immediato, sacrifica la possibilità stessa di goderne devastando l'ambiente in cui questo godimento dovrebbe aver luogo? Avrei detto che Verga avesse già dimostrato in modo inequivocabile che "la roba" non si può portare all'altro mondo, inferno o paradiso che sia. Si è evidentemente pensato di portare qui l'altro mondo, dimentichi di diritti umani universali e generazioni future...
E già che parliamo di generazioni future, veniamo all'oggetto iniziale di questo post, dedicato all'emergenza sociale che oggi tiene banco, il bullismo e le sue ricadute multimediali. In prima battuta, non ho potuto evitare un brivido nervoso per l'ipocrisia diffusa con cui il tema viene affrontato un po' ovunque, nelle pillole di saggezza e nei pareri degli esperti. E poi mi sono autosnervato per la condiscendenza ipocrita con cui l'uso di questa categoria tratta la società e la cultura che esprime. Ipocrisia vorrebbe dire che qualcuno ha ben chiare le ragioni dell'escalation della violenza minorile e per suoi oscuri motivi le dissimula dietro letture da esse difformi, fatte di luoghi comuni e ciance assortite. Magari! L'età che avanza suggerisce che dietro l'idea che i cellulari ne siano in parte responsabili non ci sia altro che atrofia cerebrale, che lo stupore con cui si accolgono imprese e relativi filmati sia genuino. Dopo che da decenni si martella ovunque l'equazione "visibilità mediatica=esistenza" e la gemella
"visibilità mediatica=successo" ci si stupisce che essa sia perseguita ad ogni costo, di norma con i mezzi più semplici, la violenza - individuale o di gruppo - o il rischio della vita. Dopo decenni in cui si è profuso ogni sforzo per trasformare i bambini, o ragazzini, in consumatori simili agli adulti, ci si stupisce che essi, sprovvisti delle più elementari leve critiche, adottino anche gli altri lodevoli modelli di comportamento che gli adulti offrono loro.
Uno dei pochi che oggi sembra conservare senso di responsabilità e, Roberto Savianomeglio, di dignità, è Roberto Saviano, giornalista e scrittore napoletano di raro coraggio. In un suo recente articolo sull'Espresso, degno di attenta ed approfondita analisi, scrive:

Vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo.

Se ogni forma è lecita pur di raggiungere la meta che questa cultura ritiene la sola auspicabile, il successo economico e la visibilità che ne consegue - che a un livello più profondo significano esistenza dotata di un senso - perché il bambino o ragazzino non dovrebbe ricorrere ai mezzi a sua disposizione, nutriti dei tanti pregiudizi in cui si è trasformata la libera e responsabile attività del pensiero? Perché non picchiare un qualche portatore di stigma o, in sua assenza, stigmatizzare qualcuno per poterlo picchiare e vantarsene? Perché non replicare le "nuove" pratiche di conquista erotica, segno di una crescente incapacità comunicativa e della violenza brutale che ne consegue? Cosa c'è di strano o di stupefacente? La sola cosa strana è il fatto che queste semplici correlazioni non vengano in mente... Fortuna che c'è Cipolla che offre una desolante, ma efficace, chiave di lettura a questo ingombrante quesito.