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domenica 26 agosto 2012

L'immaginazione al di qua del muro

Fine della seconda stagione, bei colpi di scena, ma è difficile non farsi assalire da una certa depressione. Su una Terra devastata dall'attacco alieno, i pochi superstiti riescono miracolosamente a rimettere in piedi una comunità e cosa fanno? Lottano col nemico? Studiano strategie di contrattacco? No, si perdono in beghe di potere virtuale - dato che la sopravvivenza più che una scommessa è un grosso punto interrogativo - e ricreano il peggior ambiente amministrato e burocratizzato possibile, con invidie meschine, rivalità, odi, tutto l'ambaradan col quale facciamo i conti tutti i giorni e pare essersi ormai engrammato nel nostro DNA. Come dicevo di Battlestar Galactica - situazione quasi identica, sviluppi pure - quello che mi abbatte di più è che non riusciamo nemmeno a immaginarlo, un corso diverso delle cose. A formulare un giudizio onesto e lucido - Cartesio sarebbe fiero di me! - dei nostri affari che ci consenta di dire basta a certe idolatrie, fissazioni, monomanie che ci stanno portando al disastro. Se devo pensare a un futuro, uno nel quale tutto è saltato e potrei veramente liberarmi dalle "catene della necessità" di cui scriveva Colli, non riesco a pensarlo che identico a questo, pur essendo perfettamente conscio dell'assurdo che si sedimenta nel seguire senza critica e ironia comportamenti sclerotizzati. Del quale sono tanto consapevole da descriverlo, sì, ma con rassegnazione. Come se fosse Umano. Come se non potesse essere altrimenti. Certo, c'è ancora la Seconda Massachusetts, qualcuno che proprio non ce la fa. Ma viene prontamente espulso da chi pensa che i suoi comportamenti compulsivi siano la realtà. Che tra il proprio racconto e il mondo non ci sia distanza. Che basti girarsi dall'altra parte.
 
E così... Certo, oggi non abbiamo gli alieni - anche se se ne potrebbe discutere. La gente di Charleston, invece, l'abbiamo, in abbondanza. E anche prospettive di devastazione che non hanno neanche il pregio di essere inflitte da altri. E senza forzare troppo un'immaginazione esausta mi chiedo: e se tornassimo a bomba? Il Senato romano era ben consapevole di essere formato in larga misura da vecchie volpi, maneggioni e sfruttatori di intere popolazioni, ma sapeva anche che a volte il mondo non ha tempo né pazienza per godersi manovre e raggiri e che qualcuno della Seconda Massachusetts in giro, per fortuna, c'è sempre. Uno che poi torna all'aratro. Uno cui affidarsi quando si è palesemente incapaci. Lo chiamavano dictator, termine incorso purtroppo in tristi incidenti storici e quindi poco amato da molti, me compreso. Quello però era altro: era la presa d'atto dell'emergenza e la mossa furba per venirne fuori. Una versione decisamente più efficace dell'escamotage "tecnico" cui siamo comunque arrivati, vista la canna del gas. Sarebbe carino ripensare all'idea, fuori da incrostazioni ideologiche e con una giusta normativa. Che lascerebbe liberi da consorterie e giochi di favori e ricatti. E capaci di servire per una volta l'interesse generale.

giovedì 2 giugno 2011

L'umanità è di sinistra

Battlestar GalacticaPer un certo periodo ne ero stato lontano. Più o meno come da una malattia lol Lo seguiva mia moglie, ma io ero riuscito a evitare. D'altronde i serial sono proprio come una malattia o una forma estrema di collezionismo: più ne vedi, più sei curioso o almeno più ne vorresti vedere. Solo che il giorno è fatto di 24 ore, nonostante quello che afferma la nuova campagna MySky secondo la quale tu vivi la tua vita, ti registri quello che ti pare e poi... Quand'è che dovresti vederlo? Invece di dormire? Oppure chiedi un sunto al tuo videoregistratore sotto mentite spoglie, quello che tempo addietro qualcuno immaginava sbracato sul divano a divorare pizze guardando film al posto tuo? Misteri gaudiosi della tv e della vita moderna... Comunque a questo ero sfuggito! Poi, a novembre scorso, sono andato a Lucca Games ed era uscito il boardgame. Impossibile non comprarlo, con consorte e altri amici appassionati. Così ci siamo trovati intorno a un tavolo, due fan e due completi ignoranti ed è stato subito chiaro che ci mancavano le basi. E' stata addirittura l'occasione di una ricerca bibliografica online, a caccia delle prime serie e dei prequel e poi delle quattro stagioni complete. Ed eccomi qui a scriverci sopra qualche idea.

Perché Battlestar Galactica non è per niente male. Forse non per le ragioni addotte dagli appassionati, ma piuttosto per quello che tanto per cambiare ci dice su noi stessi, uomini che immaginano il futuro secondo linee rivelatrici. Primo tema: le macchine. Non per citare il mio saggio sul cyborg, ma la trama ne è un'esposizione perfetta. Gli umani inventano le solite macchine per aiutarsi, le quali come al solito si straniscono pesantemente del trattamento loro riservato e decidono di sterminare l'intera razza dei loro creatori. I siloni - questo il nome della nuova versione di robot - però non si fermano qui: da tostapane meccanici ultraperfezionati evolvono in modelli similumani indistinguibili dagli originali, i quali vivono poi tutte le sofferenze e i tormenti del versante oscuro dell'umanità, almeno a sentire i cartesiani: emozioni, amore, dolore, tutto quello da cui noi vorremmo - perlomeno a parole - liberarci diviene il loro oggetto del desiderio, arrivando in alcuni casi a configurare un tradimento della propria parte a favore dell'avversario. Cioè noi. E qui secondo tema: noi, come saremo noi sull'orlo dell'estinzione causata dalla nostra stessa tecnologia? Migliori, più saggi? Avremo imparato dai nostri errori? Cambiato il punto di vista sul mondo? Nossignore, saremo gli stessi stronzi insopportabili di sempre, talmente in balia dei luoghi comuni e delle azioni tradizionali da continuare ad applicare modelli di comportamento assurdi a situazioni estreme. Così, in una flotta in cui c'è solo una nave combattente a difesa di decine di altre civili, il conflitto tra queste e quella è costante, con giornalisti e politici rompiscatole ai quali serve un documentario girato da un silone ancora in incognito per capire che senza quelle armi non ci sarebbe futuro, sempre che ne sia rimasto uno.

Battlestar Galactica - la nave
E quando compare un'altra nave da guerra non passano neanche dieci minuti e già si sfiora lo scontro armato, con conseguenti congiure fortunatamente abortite per eliminare l'uno o l'altro comandante... Uno potrebbe anche dire che si tratta dell'errore degli scrittori, che non è verosimile, ma sarebbe troppo semplice, perché quando ci si sforza di esercitare l'immaginazione, di questi tempi, il risultato è sempre lo stesso: una replica in peggio dell'esistente. Sarà a causa dell'atrofia diffusa dell'immaginazione stessa o di un'oscura sensazione di intrappolamento in un quadro di riferimento sempre più brutale (altro che letto di Procuste, quello almeno se la prendeva solo con i pochi passanti :), fatto sta le caratteristiche centrali delle nostre proiezioni restano quelle: un rapporto di amore/odio con la tecnologia e la paura neanche troppo latente che essa possa costarci l'annientamento, una sfiducia essenziale nelle capacità di evoluzione sociale e umana della nostra razza, una messa a fuoco spietata di uno dei nostri tratti peggiori, la faziosità e l'incapacità di sacrificio e messa da parte di divergenze per uno scopo comune, per quanto importante questo possa essere. Non c'è che dire, a guardare Battlestar Galactica la sensazione netta è che l'umanità intera sia di sinistra

domenica 21 novembre 2010

Superpoteri!!! O no?

No ordinary familyCome dicevano gli Eagles - "non ci siamo sciolti, ci siamo presi una vacanza di 14 anni" - dopo qualche mese di assenza torno sulle pagine di questo mezzo blog mezzo giardino zen, dove quindi, ovviamente, la fretta non è di casa! E ci torno sulla scorta di un nuovo serial, No ordinary family, che riprende temi che ho già affrontato proprio qui, in una chiave più complessa, anche se apparentemente user-friendly. Cosa accade ai nostri supereroi? Un incidente in Sudamerica dona loro giustappunto dei superpoteri dei quali si accorgono col tempo e senza avere la più pallida idea del modo di usarli o dei loro limiti. Cosa farebbe una persona normale cui toccasse in sorte un tale dono? Questa è la prima domanda che si sono posti gli sceneggiatori e la risposta è curiosa: non grida di gioia, non meraviglia ed ebbrezza, ma timore. Desiderio di tornare normale, tanto che la bella Julie Benz - tra l'altro compagna di Dexter - scienziata di grandi capacità, per prima cosa cerca di scoprire con opportune analisi a cosa è dovuta la trasformazione per porvi rimedio... PORVI RIMEDIO??? Maddeché, direbbe Johnny Palomba *lol* Quale logica minore e castrante presiede a queste esplorazioni immaginali di temi terribilmente reali?

SmallvilleAnche il poveretto qui accanto si è trovato nelle condizioni della famiglia Powell per quasi una decina di stagioni, inceppato in rovelli morali e scelte equivoche tra verità e menzogna. Temi simili a quelli di No ordinary family, ma qui perlomeno abbiamo a che fare con un extraterrestre, qualche problema di appartenenza e alterità ci sta tutto. Invece i nostri sono umani e l'arrivo di questa "supermalattia" li allontana da se stessi, gli uni dagli altri e dal resto dell'umanità; invece di ringraziare protestano. Il che, per una cultura che non smette per un attimo di porre l'accento sull'importanza dell'unicità individuale, non è male... E rivela appieno il carattere ideologico di questa insopportabile litania. Quella apprezzata dalla cultura e retorica corrente è un'unicità falsa, superficiale, giocata entro limiti e scelte proposte da qualcun altro , revocabile e non urticante. Perché altrimenti andrebbe a cozzare contro un'altra divertente narrazione ideologica, quella della democrazia come "siamo tutti uguali", una delle idee peggiori che potessero venirci in mente, ma tanto necessaria a un consumismo universalmente diffuso. La democrazia è questione di dignità, non di prassi: il contadino è degno come il manager, il mediocre come il genio. Lo è perché è se stesso, come l'ormai famoso rabbino Meir  E siccome ognuno è unico a modo suo, altrimenti cadremmo in una contraddizione inevadibile, la differenza - anche radicale - diverrebbe fondamento contraddittoriale di com-unità.

E invece per carità! Vorrai mica che gli altri pensino che le tue qualità ti rendano migliore di loro?!? Che pensino che ti ritieni migliore di loro solo perché sei un supereroe? La voce del conformismo è molto più ascoltata di quella dell'eccentricità, di questi tempi e i dilemmi morali sono su scala micro, narcisistici pure loro. Diverso non è migliore, è solo naturale, ma questa è una semplice verità che sfugge. Il perché questo accada ha certamente molte radici, ma una credo di poterla indicare nell'ulteriore paradosso per cui l'unicità che ci viene ammannita come desiderabile risulta di fatto in una mancanza essenziale di unicità, in un impoverimento dell'interiorità tanto drastico e difficile da rimediare che genera rancore verso chiunque non si trovi in condizioni simili. Ed ecco che diverso diviene uno stigma, come la cronaca quotidiana strilla sempre più spesso. Come perfino nei serial si scopre. La percezione di sé della famiglia Powell, da questo punto di vista, è emblematica: quando il giovane figlio sfigato - divenuto nel frattempo un supergenio matematico (e figurati! Pensavate mica a un poeta? *lol*) - sfrutta le sue abilità, peraltro perfettamente in linea col fideismo scientistico corrente, per diventare un quarterback vincente, il babbo lo esorta a tornare se stesso prescindendo dal potere, quasi fosse un accessorio o peggio un tumore. Comunque qualcosa di esterno al sé, contaminante. Basta togliere il "super" e si scopre così il modo in cui si guarda oggi a ogni potere o talento fuori dalla norma asfittica degli uomini piccoli, degli uomini vuoti di Eliot, più una profezia che una poesia: "E' così che finisce il mondo / non con uno schianto ma con un lamento". L'inglese "not with a bang but a whimper" è ancora più spietato. Diceva Bon Jovi che è meglio andar giù "in a blaze of glory"... I tempi sono irrimediabilmente cambiati.

Vasi di coccio

domenica 4 maggio 2008

Il magico dopo il moderno

The Dresden FilesStrani segni invero, soprattutto quando si hanno occhi per vederli. Se è vero che i testi televisivi sono il commento e la descrizione del nostro tempo, i cambiamenti che si registrano nella loro lingua sono qualcosa di più dello sghiribizzo degli sceneggiatori. Indicano linee tendenziali e maree immaginali, ben più dei discorsi retorici dei media o della politica. O, se è per questo, dell'economia. Su Fox è partita una nuova serie, The Dresden Files, con un protagonista molto simpatico e con forti echi di quello che può ormai definirsi un classico dell'universo serial, Streghe. Ancora! si potrebbe dire: dopo n stagioni delle sorelle Halliwell ci ritroviamo con un menu appena appena diverso? Personaggi mitici e leggendari, libri con descrizioni perfino troppo puntuali, incantesimi e oggetti di potere... Roba stranota se non fosse che... L'aria è un po' diversa: prima di tutto un po' più hard-boiled, diretta a un pubblico adulto ch non ne può più di bigliettini in rima e pozioni monodose. E poi quella che in Streghe era una comoda via di fuga per episodi un tantino traballanti - l'amicizia con un poliziotto - diventa un tratto fondamentale, una connessione che funziona nei due sensi. E non è il soloUn'immagine di Medium caso. Gli esempi cominciano ad abbondare: abbiamo Missing, dove sogni e parapsicologia la fanno da padroni, tanto da diventare oggetto di un progetto FBI; abbiamo Medium, dove le doti soprannaturali della protagonista vengono normalmente sfruttate dalle forze di polizia. Gli esempi di un'irruzione sempre meno problematica di mezzi e strumenti "da ciarlatani" nella normalità quotidiana si moltiplicano. Il che la dice lunga sulle condizioni del discorso culturale prevalente fino a poco tempo fa. Un ritratto eccellente di questa battaglia di retroguardia viene da un episodio di Numb3rs, serie che pur ispirata a criteri diametralmente opposti finisce per far sembrare la matematica una magia in sé sortendo quindi l'effetto opposto a quello ricercato, almeno immagino: il protagonista, matematico provetto - anche troppo! - si scontra con un medium del quale tenta per tutto l'episodio di dimostrare l'inaffidabilità, con risultati non molto convincenti.
Che dirne? Che, come al solito, pro e contro sono accuratamente mescolati: se da un lato la falla nella pretesa universalizzante della ragione restituisce incanto e mistero a un mondo che si andava irrimediabilmente appiattendo su una deprimente dimensione strumentale, dall'altro questo incanto non viene mai tematizzato in sé o dotato di una dignità autonoma, ma si trova rivestito di nuovo di una patina utilitaria. I "mostri" vengono sopportati - o addirittura accettati - perché fanno comodo, perché arrivano dove i mezzi tradizionali, lisi, non sono più in grado di fare la differenza... E' il segno di uno sdoganamento: temo che si tratti però più di paura e smarrimento che di curiosità scevra da pregiudizi e apertura alla magica complessità del reale.
The System Is Incomplete

sabato 12 aprile 2008

Persi nel labirinto

Vignetta proprio niente male :)Oh beh, ci risiamo  anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...

E allora, potrei chiedere? Ci sarebbe qualcosa di male oppure paradossalmente potrebbe non esserci modo migliore di andare avanti? Arrancando, come facciamo un po' tutti in questo inizio di XXI secolo, orfani di certezze, verità e altri tipi di bussola, gettati in una cultura che ricorda sempre più da vicino Tafazzi, ma senza la simpatia. C'è qualcosa del cupio dissolvi in un flusso di pensiero, ricerca e ragionamento che mira senza tregua a minare le sue stesse basi, ad annullare i suoi presupposti e la sua stessa pensabilità in nome di... cosa? Della soddisfazione masochistica di aver avuto Ragione? Dell'affrancamento da una dimensione emotiva ed estetica che si è deciso di giudicare non umana, maUn'isola animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.

Una delle domande più impellenti cui volevo rispondere stasera è questa: perché hanno tutti così tanta fretta di andar via? La gran parte dei protagonisti non ha una vita, ha solo desolazione, grane, solitudine, eppure non si gode un momento che è uno in un posto che sembra il paradiso in terra, tanto che Hugo si ricorda di fare un tuffo solo quando è finalmente certo di star andando via... Certo, una parola grossa diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?

E poi c'è il Destino, la teleologia del vivere contro la radicale mancanza di senso, quella che trasforma in eroi anche degli ex-tossici e a tratti sbalza il discorso a livelli cui siamo impreparati. L'isola chiama, l'isola sceglie. La sola rassicurazione possibile è l'inserimento in un disegno più grande, la fede con o senza maiuscola? Abbiamo grossi pregiudizi su tutto ciò che limita la nostra libertà tranne che su noi stessi, che spesso siamo i primi a rinchiuderci in idee stantie e non nostre, che la libertà vera non sappiamo più dove sta di casa e fuggiamo da chi tenta di mostarcela. O gli spariamo, come capita spesso al buon Locke, uno dei tanti miracolati, ma almeno uno che ha capito. Che lì dopo tutto si sta meglio.
Un panorama dell'isola

sabato 19 gennaio 2008

I nuovissimi mostri

DexterTorniamo a occuparci di temi apparentemente più frivoli  L'ho lasciato decantare qualche tempo, perché Dexter non era un serial come gli altri. Con aria leggermente svagata, senza accentuarlo troppo, ha rappresentato il superamento di un altro limite, nella fiction. Un'altra confusione notturna che viene a scombinare i già deboli sistemi di riferimento valoriale di cui la gran parte dei soggetti contemporanei dispone. Un altro dei casi in cui a priori non si sa a che santo votarsi, perché il protagonista, l'eroe, è un serial killer. Un po' atipico, è vero, perché il padre adottivo, che aveva scoperto i suoi "gusti", l'ha educato a rivolgere le sue attenzioni ad altri cattivi, criminali che per numerosi motivi sfuggono alla giustizia. Così, per non restare a corto di vittime e per seguire in parte l'esempio del papà, figura di riferimento, Dexter è un tecnico di laboratorio della Scientifica di Miami, perito ematologo (si noti l'ironia), un poliziotto. Un novello Robin Hood, per certi versi, e anche simpatico e bisognoso d'affetto... E così il disordine arriva alle stelle!
Questo però è solo il primo livello di sfida che gli autori della serie rivolgono al malcapitato pubblico. Iniziano coll'instillare un sottile disagio, che viene dalla dinamica di immedesimazione implicita nel meccanismo narrativo; spingono a riconoscersi in un maniaco omicida, anche se con alcune sfumature attenuanti. E già questo non è male. Poi lasciano che il maniaco rifletta sul suo stato, in sequenze sparse all'interno dei vari episodi, per approfondirne il ritratto e lo spessore psicologico e per fomentare la simpatia degli spettatori.
Così il quarto episodio, Album di famiglia, inizia con queste parole: "
La gente intorno a me cerca sempre di stringere nuove relazioni, di amicizia o di amore, ma i legami portano fastidiose complicazioni, impegni, la condivisione, accompagnare qualcuno in aeroporto. Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!" Un dramma, nevvero? Che pena proviamo per un uomo orbato di un'intera dimensione così importante nella vita... Qualche minuto dopo - la puntata è ambientata a fine ottobre - arriva quest'altro monologo: "Adoro Halloween. E' l'unico periodo dell'anno in cui tutti portano una maschera, non solo io. La gente trova divertente fingere di essere un mostro, io passo la vita a far credere di non esserlo. Fratello, amico, fidanzato, tutte maschere che indosso ogni giorno. Qualcuno mi definirebbe un impostore... Io preferisco considerarmi un maestro del travestimento!"
HalloweenTempo di Halloween, tempo in cui ci si diletta di mimetismo e maschere. Il solo tempo in cui Dexter è simile agli altri... Ma ne siamo proprio sicuri? O c'è - come diciamo a a Roma - la fregatura? Quali maschere indossa infatti, di solito? "Fratello, amico, fidanzato", poliziotto - si può aggiungere - scienziato e chi più ne ha più ne metta. Non la strega o l'elfo o il pazzo con la motosega o Freddy. Indossa le stesse maschere che tutti indossiamo e se può farlo per rendersi normale è perché in effetti sono travestimenti, sono ruoli, cose che dichiarano e nascondono. Non solo Dexter. Potenzialmente chiunque. Ecco perciò che l'implicazione fastidiosa di poco fa diventa un'accusa velata. Come si fa a distinguere il maniaco dalla persona normale? Come si fa a capire chi dichiara e chi nasconde? Chi mente e chi no?
E' una vertigine! E anche le parole iniziali prendono un altro sapore, spingono a riflettere meglio sul gioco delle relazioni e sul valore dei rapporti, soprattutto in un tempo di menzogna generalizzata, solitamente riguardante la millantata originalità che ognuno sostiene di portare in sé... Tema prossimo alla Bildung, imbarazzante, che quindi si deve a tutti i costi perseguire Come diceva Bono: "Am I bugging you? I MEAN to bug you!" Tema che ci porta dove, per chiudere questo post fiume? Al problema della vera originalità soggettiva, principe nascosto di questi anni. Dopo l'inversione moderna del tono spirituale dell'unicità, questa è diventata una specie di miraggio, qualcosa che tutti affermano, pretendono di avere e che invece scarseggia sempre più. D'altronde, in questo tempo di bluff, chi è che può andare a vedere la mano? Solo qualcuno che abbia il punto. Tutti gli altri fingeranno di credere alle balle altrui purché gli altri credano alle loro, in un gioco di specchi dove al centro c'è solo un vuoto crescente. In questa situazione, però, vale per tutti ciò che vale per Dexter: "Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!". Ecco da una parte spiegata la crisi onnipresente delle relazioni primarie, troppo rischiose; inoltre, lo scivolamento è compiuto e il povero animale braccato per cui provavamo pena è diventato una rappresentazione iperbolica di noi: il vicino normale che ha sterminato la famiglia, quel signore tanto per bene che mangiava prostitute, quell'altro che spaccia roba tagliata male. E non è neanche finita qui! Perché in questo simpatico clima, il solo veramente pericoloso è quello che è originale davvero, senza aver bisogno di far stragi o massacrare qualcuno; quello che è spiritualmente unico e può venire a scombinare il gioco degli altri, mostrando quanto sia patetico e insignificante il re nudo. In chiusura di puntata i responsabili della serie si dilettano a sbatterci in faccia la soluzione della sciarada che ci stanno ammannendo, infrangendo gli alibi, ma delicatamente, contando sul fatto che i più non si ricordano le battute di mezz'ora prima e che tutto continuerà a sembrar loro solo un innocuo serial: "Tutti nascondono ciò che sono veramente. A volte seppellisci una parte di te tanto in profondità da dimenticarti che esiste. E a volte vorresti solo dimenticarti chi sei. Non sono il mostro. Non sono né un uomo, né una bestia. Sono qualcosa di completamente nuovo e seguo le mie regole. Sono Dexter".

mercoledì 31 ottobre 2007

Di nuovo House

Hugh Laurie aka Gregory House
E' notte e in tv c'è uno speciale di Matrix sul dottor House. Abbiamo esperti assortiti, produttori e un giovane filosofo che con alcuni colleghi ha pubblicato un lavoro su La filosofia del dottor House. Come dicevo tempo fa, per un semplice serial sembra in grado di proporre molti spunti! Al di là del fatto che da più parti ci si sta accorgendo che di "semplice" alcuni serial non hanno proprio niente - tanto da essere paragonati al romanzo per la capacità descrittiva del reale proprio di questo torno di tempo - quello che mi colpisce della trasmissione è ancora una volta l'abilità di girare intorno agli argomenti senza coglierne aspetti centrali se non di sponda. Una delle poche osservazioni interessanti ha come spunto di partenza una domanda di Mentana sul perché negli USA i serial di ispirazione ospedaliera vanno fortissimo accanto a quelli investigativi, mentre in Italia funzionano solo i secondi: il giovane filosofo risponde opportunamente ricordando l'immenso problema costituito dalla sanità per la stragrande maggioranza degli americani. Risposta che si potrebbe integrare con altri corollari: il grande problema che è oggi in Italia la sicurezza e il fatto che nonostante gli alti lai noi evidentemente ci rappresentiamo la sanità molto meglio di quanto non sembri. Questa scala di ragionamento va bene anche per la questione generale del perché i serial medici sono comunque così gettonati: Regazzoni richiama il tema della vita e della morte e della fragilità della prima, senza però accentuare il peculiare aspetto problematico che sta assumendo, legato all'ossessione per la fine della vita - cui non fa più da contraltare una qualche soteriologia - e alla carica immaginale irresistibile che si sedimenta per contro sulla medicina intesa come nuova fede, cioè nuova strategia di salvezza e metodo per conquistare questa stessa salvezza nella quotidianità, sconfiggendo l'azione del tempo, il decadimento e la consunzione.
Un'altra cosa che non è venuta fuori che per caso - e solo per intenditori - è l'estrema eterodossia del personaggio, incarnata nelle molte mail di protesta dirette da pazienti e medici italiani all'inserto Salute del Corriere della Sera. Eterodossia che anzi quasi tutti si sono sforzati di far rientrare in schemi consolatori come l'eroe burbero ma buono, il medico appena meno canonico del solito, etc. Come già scrivevo tempo fa, invece, per quanto possa sembrare controfattuale, il fascino del "buon" Gregory non è tanto nel giocare al di fuori delle regole - comportamento dopotutto non particolarmente originale - ma nell'incarnare una medicina completamente diversa da quella odierna, sempre più dipendente da analisi tecnologiche ed apparecchiature esoteriche e arroccata in una pretesa di infallibilità dai costi logistici ed esistenziali costantemente in crescita. Per lui la medicina è arte, intuizione, soprattutto incertezza. Unite a una sana dose di scetticismo sulle capacità miracolose di esami e altre diavolerie. House è la ragione com'era prima del mito del Progresso, versatile e capace di errore. Ma è anche altro. E quest'altro è ancora meno digeribile dal discorso culturale prevalente, che infatti si limita a sfruttarne il fascino senza però indagare troppo in proposito: House è l'individuo di talento, il genio, che si fida delle sue fulminazioni contro l'evidenza documentale e usa della sua certezza per sé e per gli altri, mettendosi ogni volta interamente a rischio. E' il contrario dell'omologazione statistica, del canone ormai inflazionato del lavoro di squadra - tant'è vero, come si notava in trasmissione, che è solo, usa il suo team come specchio, uditorio quasi del tutto privo di capacità d'azione - è un essere inattuale scaturito da un passato dove la fede nel soggetto era ben più viva di quanto non sia oggi, sebbene il soggetto stesso, poco democraticamente, non potesse essere chiunque, ma solo chi avesse il dono.
House è così seguito e ha tanto successo perché incarna una nostalgia indicibile - perché radicalmente fuori dagli schemi correnti - per un uomo capace di far fronte al destino pur sapendo di essere fallibile, capace di fregarsene dei canoni in un'epoca in cui essi sono sempre più norma soffocante e obbligo di comportamento. House, direbbe probabilmente Simmel, è un soggetto in piena forma nonostante il suo tempo.

giovedì 7 dicembre 2006

Dr. House o la medicina come arte

Hugh Laurie as doctor Greg HouseWell, well, well, è un po' che avevo in mente di dedicare un post al fenomeno serial qui accanto e questo insolito affollarsi di commenti qui su Ciottoli mi ha spinto all'azione, e alla collocazione, anche Al di là dei pregi e difetti della produzione seriale - la ripetitività del modulo, il senso di familiarità e partecipazione che si instaura col cast, la ritualità dell'appuntamento settimanale (quando li si segua in TV) - House m.d. gode a mio parere di due assi nella manica, uno senz'altro intenzionale, l'altro forse più inconsapevole. Il primo sta nell'abilità notevolissima - quasi geniale - del team di scrittori di ritrarre il personaggio chiave e di confezionargli dialoghi tagliati su misura, alla quale si correla la bravura dell'interprete Hugh Laurie (invito gli anglofoni a leggere le sue frasi memorabili riportate su Imdb *grin*). Una di queste mi porge il destro per spostarmi al secondo atout della serie. Cito: "Sono cresciuto con una certa antipatia per le cose antiscientifiche, così l'attuale innamoramento per tutto quel che è orientale mi snerva un tantino. Se starnutisco sul set, subito 40 persone mi porgono dell'echinacea: piuttosto che prenderla mangerei una matita. Forse è per questo che ho cominciato con la boxe: è la mia risposta a gente in pigiama bianco che cerca di sentirsi il chi"...
Da una parte ciò depone a favore della mia equanimità, visto che pratico da un po' il tai chi dall'altra mostra quanto l'aspetto che metterò ora inTao evidenza sia probabilmente fuori dalla percezione dei responsabili della serie. Di fatto l'intero impianto di House m.d. è un atto di accusa alle pretese totalizzanti della medicina contemporanea, alla sua rinuncia allo status di arte a favore di un abbraccio incondizionato alla dimensione scientifica, intesa come capacità tendenzialmente assoluta di previsione e cura (e oggi di prevenzione, con i correlati problemi di prescrittività sociale che le sue teorie portano con sé. Basta pensare alle crociate contro il fumo o in favore di uno stile di vita "sano"...). Greg House, sebbene forte di un sapere scientifico ineccepibile e decisamente al di sopra della media, usa di questo sapere in modi assolutamente eterodossi e ne mette di continuo in luce le fallacie e l'inaffidabilità, quando separato dal genio individuale. Si lamenta spesso delle distorsioni e particolari cecità che causa il ricorso massiccio alle analisi computerizzate, che impediscono di apprezzare qualità dei campioni che un medico premoderno avrebbe valutato senza fallo. Arriva addirittura a replicare antichi metodi che oggi suscitano orrore, come quando assaggia del vomito per dedurne gli elementi costitutivi. Salta a piedi pari protocolli e procedureI visitatori burocratizzate, sottolineando ogni volta l'unicità del malato che si trova sotto le grinfie, unicità cinicamente disgiunta da giudizi di valore, assunta semplicemente come dato di fatto. In questo suo muoversi originale sullo sfondo di un ospedale tipico, risalta come un extraterrestre tra le schiere di adoratori del dato, o forse come uno dei "visitatori" che una pellicola di qualche tempo fa aveva ritratto con esiti assai comici.
Di fatto Greg House è un bell'esempio di quel sapere inclusivo di cui si parla piuttosto spesso, chiamandolo "pensiero complesso" o "logica et/et" o qualcuna delle tante altre definizioni disponibili, un sapere che si rende conto che i confini tra scienza e pseudoscienza sono nella migliore delle ipotesi fuzzy - come scriveva svariati anni fa un antesignano di simili - sballati, direbbero i più  - punti di vista, Charles Fort. Autore, tra le altre cose, del Libro dei dannati (pubblicato nel 1919 e ristampato, in ultimo, nel 1999, ohibò!), la cui tecnica di redazione ricorda pericolosamente il modo in cui il serial del nostro misantropo dottore è nato. Racconta infatti Imdb che lo show sia stato ispirato da The Diagnosis Column del New York Times Magazine, dove si descrivono casi medici inusuali; Fort è partito dalla stessa considerazione, concentrandosi però sui casi definiti inspiegabili dalle riviste scientifiche dell'epoca, relegati di norma in trafiletti schiaffati nelle ultime pagine: ne ha raccolti a centinaia, che sono poi diventati i "dannati" del libro omonimo. Tipo interessante, ha lasciato alcune memorabilia che vale la pena citare: "Non posso concepire niente, in religione, scienza o filosofia, che sia qualcosa in più della cosa giusta da indossare per un momento". Se questa è già piuttosto intrigante, ricordando molto storie Zen su Buddha che darebbero sui nervi a Hugh Laurie , quest'altra ci riporta dritti dritti in un contesto più noto, che risuona di Simmel e Jung: "Ma il mio più vivo interesse non è tanto nelle cose, quanto nella relazione tra le cose. Ho speso molto tempo pensando alle presunte pseudo-relazioni che vengono chiamata coincidenze. Che accadrebbe se alcune di esse non lo fossero?"
Direi che per essere un "semplice" serial di spunti ne offre parecchi, no?

giovedì 23 marzo 2006

The 4400, ovvero USA e rapporti primari

The 4400Di norma ci si mette a guardare la tv senza farci troppo caso  Il malefico apparecchio, tra l'altro, è dotato di un'assertività magica per la quale tendiamo a dar per buono quello che ne esce perlomeno fino a prova contraria e in molti casi ben oltre ogni ragionevolezza. Il senso critico si appanna e va a finire che non si notano buchi di trama, contraddizioni o particolari stridenti che ci parlano di multicultura e profonde differenze in seno al nostro occidente. The 4400 rientra a dire il vero nell'ultima categoria, in quanto testo denso di spunti sui rapporti umani in terra d'America (USA). Trama da maniaci: 4400 disgraziati vengono rapiti da alieni (o almeno sembra la circostanza più probabile) nell'arco di sessant'anni e poi rispediti sulla Terra tutti insieme ai giorni nostri. Facile immaginare che il loro ritorno crei qualche problema a livello di rapporti primari, nelle reti di cui facevano parte e anche negli stessi malcapitati, che tra l'altro non sono invecchiati di un giorno e hanno a che fare con parenti e amici morti o decrepiti. Ma questo non sarebbe nulla! Il focus della questione è sul tipo di problemi e sulle dinamiche che innescano. Allora: al di là di una generica accusa di essere freak, mostri (raccomando la splendida canzone dei Marillion dallo stesso nome, testo qui) che possiamo ricollegare senza grosso stress all'angoscia del diverso, abbiamo un generoso assortimento di casi umani che - e questo è l'aspetto più inquietante - non vengono concepiti come particolarmente centrati sull'aspetto relazionale, ma presentati come una "normale" esplorazione delle reazioni del cittadino medio verso i suoi cari scomparsi senza alcuna colpa per circostanze inspiegabili. Una mogliettina torna a casa dopo 13 anni: lasciava un marito e una figlia di 6 mesi. Quando viene dimessa dalla quarantena cui tutti e 4400 sono stati sottoposti, non trova un'anima ad attenderla e, una volta arrivata a casa, scopre che il marito si è risposato e non ha mai detto alla figlia che l'attuale madre non è la madre naturale. Dopo 13 anni potremmo dire che è comprensibile, ma non ti sprechi neanche ad andare a dirglielo di persona, pur se avvisato dalle autorità? E la prima cosa che fai è appiopparle un'ordinanza restrittiva che le impedisca di avvicinarsi a te e alla figlia?Laughing Mannequins - Alvarez Bravo Un ragazzo torna dopo soli 3 anni, quando è stato preso suo cugino che era con lui è entrato in coma e c'è rimasto. Lo zio, investigatore protagonista della serie, come lo vede lo accusa praticamente di essere il responsabile della disgrazia del figlio e gliene chiede conto, pur sapendo che tutti  e 4400 non ricordano un beneamato accidenti.  Sembra convinto che il nipote abbia spento suo figlio per poi andarsi  a fare una gita intergalattica Il fratello del giovane, dopo i primi momenti di gioia, comincia a condividere l'atteggiamento imbarazzato-stolido-vigliacco di tutti i suoi coetanei e poi, dopo aver assistito a una strana manifestazione di potere da parte del parente ritornato, gliene chiede ripetutamente conto a brutto muso per poi dileggiarlo apertamente. La richiesta di spiegazioni è il centro delle dinamiche di relazione, lo choc dell'incomprensibile si traduce in stigma per gli involontari portatori e non c'è alcun tessuto di affettività che faccia premio sullo stress razionale, alcun legame che spinga a fare muro in suo nome, come ci aspetteremmo - nel bene o nel male - in un contesto simile al nostro. Carne e sangue non parlano a nessuno degli sventurati o ai loro congiunti. Sì, perché non è che gli sventurati siano molto meglio. Il giovane di cui qui sopra, una volta scoperto che il cugino è in coma un po' anche a causa sua, ci mette quasi un mese per andarlo a trovare in ospedale e, quando lo fa, si sospetta che sia solo per testare una teoria su un suo nuovo, inspiegabile potere. Già, non sono solo freaks nell'immaginazione collettiva, lo sono diventati anche di fatto, in una versione nuova e interessante del tema di X-Men