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domenica 21 novembre 2010

Superpoteri!!! O no?

No ordinary familyCome dicevano gli Eagles - "non ci siamo sciolti, ci siamo presi una vacanza di 14 anni" - dopo qualche mese di assenza torno sulle pagine di questo mezzo blog mezzo giardino zen, dove quindi, ovviamente, la fretta non è di casa! E ci torno sulla scorta di un nuovo serial, No ordinary family, che riprende temi che ho già affrontato proprio qui, in una chiave più complessa, anche se apparentemente user-friendly. Cosa accade ai nostri supereroi? Un incidente in Sudamerica dona loro giustappunto dei superpoteri dei quali si accorgono col tempo e senza avere la più pallida idea del modo di usarli o dei loro limiti. Cosa farebbe una persona normale cui toccasse in sorte un tale dono? Questa è la prima domanda che si sono posti gli sceneggiatori e la risposta è curiosa: non grida di gioia, non meraviglia ed ebbrezza, ma timore. Desiderio di tornare normale, tanto che la bella Julie Benz - tra l'altro compagna di Dexter - scienziata di grandi capacità, per prima cosa cerca di scoprire con opportune analisi a cosa è dovuta la trasformazione per porvi rimedio... PORVI RIMEDIO??? Maddeché, direbbe Johnny Palomba *lol* Quale logica minore e castrante presiede a queste esplorazioni immaginali di temi terribilmente reali?

SmallvilleAnche il poveretto qui accanto si è trovato nelle condizioni della famiglia Powell per quasi una decina di stagioni, inceppato in rovelli morali e scelte equivoche tra verità e menzogna. Temi simili a quelli di No ordinary family, ma qui perlomeno abbiamo a che fare con un extraterrestre, qualche problema di appartenenza e alterità ci sta tutto. Invece i nostri sono umani e l'arrivo di questa "supermalattia" li allontana da se stessi, gli uni dagli altri e dal resto dell'umanità; invece di ringraziare protestano. Il che, per una cultura che non smette per un attimo di porre l'accento sull'importanza dell'unicità individuale, non è male... E rivela appieno il carattere ideologico di questa insopportabile litania. Quella apprezzata dalla cultura e retorica corrente è un'unicità falsa, superficiale, giocata entro limiti e scelte proposte da qualcun altro , revocabile e non urticante. Perché altrimenti andrebbe a cozzare contro un'altra divertente narrazione ideologica, quella della democrazia come "siamo tutti uguali", una delle idee peggiori che potessero venirci in mente, ma tanto necessaria a un consumismo universalmente diffuso. La democrazia è questione di dignità, non di prassi: il contadino è degno come il manager, il mediocre come il genio. Lo è perché è se stesso, come l'ormai famoso rabbino Meir  E siccome ognuno è unico a modo suo, altrimenti cadremmo in una contraddizione inevadibile, la differenza - anche radicale - diverrebbe fondamento contraddittoriale di com-unità.

E invece per carità! Vorrai mica che gli altri pensino che le tue qualità ti rendano migliore di loro?!? Che pensino che ti ritieni migliore di loro solo perché sei un supereroe? La voce del conformismo è molto più ascoltata di quella dell'eccentricità, di questi tempi e i dilemmi morali sono su scala micro, narcisistici pure loro. Diverso non è migliore, è solo naturale, ma questa è una semplice verità che sfugge. Il perché questo accada ha certamente molte radici, ma una credo di poterla indicare nell'ulteriore paradosso per cui l'unicità che ci viene ammannita come desiderabile risulta di fatto in una mancanza essenziale di unicità, in un impoverimento dell'interiorità tanto drastico e difficile da rimediare che genera rancore verso chiunque non si trovi in condizioni simili. Ed ecco che diverso diviene uno stigma, come la cronaca quotidiana strilla sempre più spesso. Come perfino nei serial si scopre. La percezione di sé della famiglia Powell, da questo punto di vista, è emblematica: quando il giovane figlio sfigato - divenuto nel frattempo un supergenio matematico (e figurati! Pensavate mica a un poeta? *lol*) - sfrutta le sue abilità, peraltro perfettamente in linea col fideismo scientistico corrente, per diventare un quarterback vincente, il babbo lo esorta a tornare se stesso prescindendo dal potere, quasi fosse un accessorio o peggio un tumore. Comunque qualcosa di esterno al sé, contaminante. Basta togliere il "super" e si scopre così il modo in cui si guarda oggi a ogni potere o talento fuori dalla norma asfittica degli uomini piccoli, degli uomini vuoti di Eliot, più una profezia che una poesia: "E' così che finisce il mondo / non con uno schianto ma con un lamento". L'inglese "not with a bang but a whimper" è ancora più spietato. Diceva Bon Jovi che è meglio andar giù "in a blaze of glory"... I tempi sono irrimediabilmente cambiati.

Vasi di coccio

domenica 4 ottobre 2009

Sul filo

Man on WireCapita di rado, ma ogni tanto ti trovi davanti a qualcosa che ribolle di idee, suggestioni, emozioni. Qualcosa che richiede che tu metta da parte la pigrizia e agisca. Anche se l'azione che ti è toccata in sorte ha una forma e un modo che sembrano contraddire quanto hai appena visto. E così faccio un piccolo sgarro alla mia prassi e, invece di scrivere di cinema su Aforismatica, ne scrivo qui. Il mio modo di fare è questo, ci ho fatto pace da un po', anche se quando mi trovo davanti a personaggi come Philippe Petit mi trovo anche in difficoltà. O meglio, per certi versi mi trovo in difficoltà, per altri sono entusiasta perché il "semplice" fatto che esistano mi rassicura, conforta le idee inattuali che mi porto dietro e che cerco di applicare al mio scrivere, studiare, insegnare. E' che il funambolo Petit - nome ironico per un uomo immenso - incarna alla perfezione la questione del daimon, della chiamata. E mostra l'insufficienza assoluta delle categorie dell'utile e dell'economico per descrivere la passione e le dinamiche di creazione del senso della vita. "Avevo appena finito di danzare sul tetto del mondo e loro mi chiedevano perché! Non c'è un perché!"
Due righe di introduzione però si impongono: il funambolo in questione ha camminato sulla fune tra le torri di Notre-Dame, tra i pilastri del ponte del porto di Sidney e, oggetto del film di cui parlo, tra le Torri Gemelle. Tutte cosette illegali, l'ultima quasi inimmaginabile. Il docu-film narra della sua vita, dell'incredibile piano per riuscire nell'impresa e dell'impresa. E' la storia di un progetto asservito a un non-scopo, di un progetto inutile, ma laborioso, stancante, pericoloso. E' la storia di un'impresa di quelle di cui sono pieni miti e leggende, non il nostro tempo, e questo è più che sufficiente per dare una dimensione emblematica al protagonista. Non parliamo poi del prezzo da pagare, a una simile ossessione. Affetti, storie d'amore, fine dei sogni. L'eroe è solo e di norma sacrifica al suo demone ciò che ha di più caro, perfino se stesso. Perché si converrà che danzare su una fune tesa a oltre 400 metri d'altezza senza alcuna forma di assicurazione è questione sacrificale. D'altronde Galahad della Tavola Rotonda deve superare il ponte della Spada durante le sue avventure, un ponte che corre sul filo di un'immensa lama, più o meno come una fune... Una fune che chiama, che è essenza di sentiero ed ebbrezza di volo. Il funambolo è sospeso tra aria e terra, è colui che porta il richiamo del cammino alla torsione estrema e la storia di come riesce, in questo caso particolare, sfida chiunque a discutere l'idea di destino e di vocazione. Dal chiodo che gli ferisce un piede dandogli l'idea per superare i controlli d'accesso all'incontro con un dirigente con gli uffici nelle Torri che l'aveva visto a Parigi ed è disposto a fargli da infiltrato nei sistemi di sicurezza è tutto un succedersi di eventi magici, un percorso dovuto, obbligato. La bellezza del gesto, poi, rimette in prospettiva la questione della performance artistica, che ridiventa gesto arduo compiuto con naturalezza e apparente semplicità grazie a un lungo lavoro ed esercizio. Non semplice sghiribizzo estemporaneo o sciarada spaziale e intellettuale.
C'è poi la dimensione di documentario e la tinta particolare che viene dall'oggetto del sogno del piccolo Philippe: le Torri ancora non costruite. E le immagini ripercorrono la nascita dei grattacieli, mostrano quello che è oggi il buco nero di Ground Zero allo stato seminale, quando si gettarono le fondamenta. Ed è poesia pura. L'intera parabola degli edifici culmina nella danza del funambolo, quasi come fossero state costruite apposta. Il che è un buon punto di partenza per discutere l'affermazione positivista che le cose hanno un senso in sé. Chi avrebbe mai immaginato che tanto lavoro, tante risorse e competenze servissero in fondo a nient'altro che a offrire sollievo a un demone che ruggiva già da bambino? A regalare al mondo un attimo senza tempo di stupore?
Philippe Petit si gode il paradiso

domenica 12 ottobre 2008

Penna o PC?

Popular PenIl dibattito ferve, anche se negli angoletti dei giornali e in convegni non proprio da prima pagina ed è un bene che sia così. Anche per incentivare la riflessione, riprendo un trafiletto della rubrica NON SOLO CYBER de L'espresso (39/2008, p. 173) in cui Antonio Tursi dà conto delle parole di un pedagogista, Franco Frabboni, che sostiene: «Un testo scritto a mano contiene una riflessione. Un testo scritto al pc o con il telefonino, il più delle volte, assolve alla funzione di trasmettere un messaggio [...]. Considero l'uso del computer uno dei segnali della perdita di corporeità dei nostri ragazzi. Vita sedentaria, isolamento, perdita della manualità, riduzione della capacità di introspezione e riflessione». Ora, per carità, scrivo al pc da anni, anche se per certe cose mantengo imperterrito carta e penna, ma non mi sento di condividere in toto le critiche mosse a questi appunti da Tursi, che dice tra l'altro: «I facitori del sistema scuola possono continuare a denunciare la distanza tra i loro modelli lineari e unidirezionali di insegnamento e le dinamiche collaborative e orizzontali di condivisione e apprendimento che le giovani generazioni sviluppano al di fuori dell'aula» e altre simili osservazioni. Che tradiscono però un netto pregiudizio a favore dell'attuale e contro l'antico che puzza un po' troppo di mito del Progresso a tutti i costi. Sarà anche vero che il futuro impone di provare a cambiare gli schemi mentali... Ma questa cosa delle imposizioni del futuro, dipinte come inevitabili, mi stanca sempre di più. Chi l'ha detto che non si può che proseguire su questa china? Soprattutto quando ciò che si osserva, da un punto privilegiato come l'università, è un ripido peggioramento delle capacità di concentrazione e riflessione, in linea con quanto sostenuto dal "dinosauro" Frabboni. Perché dev'essere necessariamente vero che ciò che abbiamo oggi è migliore di quello che avevamo ieri, da tutti i punti di vista? Certo, il pc è un grande strumento per certe attività, ma accentua Screenradicalmente le meccaniche di esteriorizzazione della mente e della coscienza e la separazione dalla materia del mondo. Come affermava De Kerckhove al convegno di giovedì su SL, questo può risultare nella perdita di capacità di interazione in presenza, nell'incapacità relazionale e il disperdersi nella Rete è, per l'appunto, un disperdersi. Possiamo fare del tutto a meno del movimento che riporta al centro, nell'interiorità con la quale l'Occidente non ha mai avuto buoni rapporti, oppure ne va della possibilità di costituzione della soggettività umana? Sembra di intuire una grande assenza vociante, guardando avanti, e non so se ritenerla ineluttabile e inchinarvisi sia un'idea sensata...

domenica 15 giugno 2008

Cose che non ti aspetti

La nuova campagna MotorolaUno i libri li compra e li mette lì. Spesso non li legge subito, spesso passano mesi se non anni prima di prenderli in mano. Poi qualcosa ti risuona in testa e ti trovi con un'improvvisa curiosità di vedere che c'è scritto e cominci. Nel frattempo hai letto altro, stai leggendo altro. Spesso ho la sensazione che le cose che leggi, studi e pensi interagiscano tra loro alle tue spalle, mentre sei disattento o proprio non ci sei e ti giochino dei tiri, bonari. Si divertano a organizzarsi come un attrattore strano e a farti incappare in traiettorie che mai e poi mai ti saresti imamginato... Sto leggendo un libro di Rifkin, L'era dell'accesso, che era lì da un po', in attesa. Più o meno nello stesso periodo ho cominciato un romanzo giapponese di inizi '900, Io sono un gatto, acquistato senza saperne nulla, per il titolo e la copertina. Doveva essere lo spazio libero da scopi universitari, l'angolino in cui ti isoli per qualche tempo ogni giorno per rifiatare. Beata illusione! Per qualche tempo mi sono limitato a riportarne passaggi particolarmente stuzzicanti su Aforismatica, poi la cosa si è complicata.

Jeremy RifkinTesi principale di Rifkin è che siamo a un altro punto di svolta nella storia della nostra cultura. Al concetto di proprietà, statico, saldo, duraturo, si sta rapidamente sostituendo quello di accesso, temporaneo, mutevole, scostante, molto più adatto alle dinamiche frenetiche del tempo e soprattutto al costante "miglioramento" delle caratteristiche degli oggetti, che invecchiano con rapidità tale da rendere impensabile il tenerli con sé troppo a lungo. Questo ovviamente crea problemi alle industrie, che devono rivedere in modo radicale le loro strategie verso i consumatori, che non sono neanche più tali: si trasformano infatti in destinatari di servizi. Non si vende loro qualcosa, si soddisfa una loro esigenza attraverso i mezzi e i termini di volta in volta più adatti. L'architettura delle esigenze e dei bisogni dei soggetti è quindi il nuovo obiettivo cui le aziende dedicano le loro energie. Uno dei sistemi più furbi da loro escogitato ha a che fare con l'intercettazione delle necessità relazionali, sempre meno soddisfatte da una società secondarizzata all'eccesso: le aziende mirano a divenire titolari della fiducia e dell'affetto degli ex-clienti, così fidelizzandoli al di là di ogni ragione strumentale e seduzione economica - che intanto continuano però a essere sbandierate come unici criteri di scelta e orientamento nella vita... L'idea, conviene Rifkin, è raccapricciante, degna di questa nuova fase culturale.

"
A quel punto - racconta Meitei, uno dei protagonisti di Io sono un gatto, parlando di una truffa commerciale di cui ha letto - gli dico che non si deve preoccupare per il pagamento, se il dipinto gli piace, può portarlo via. Il Ikebanacliente esita, protesta che on può accettare. Allora, insisto, può pagare poco per volta ogni mese. Piccole rate su un lungo periodo, tanto ormai diventerà un cliente..." Il romanzo è del 1905, la sensazione che non ci sia niente di nuovo sotto al sole per chi ha occhi per vedere è tanto schiacciante da confinare con la noia esistenziale *sigh* E non finisce qui. Meitei prosegue, in uno dei tanti momenti di socievolezza simmeliana che costituiscono l'intero romanzo, spiegando al suo piccolo uditorio perché presto non ci saranno più famiglie. È un problema di personalità: "Quando un clan familiare era rappresentato dal capofamiglia, un distretto dal suo delegato, un paese dai governanti, solo questi rappresentanti avevano una personalità, gli altri individui no. E se l'avevano non veniva riconosciuta. Ora che la situazione è drasticamente mutata, ognuno vuole esternare a tutti i costi il proprio carattere ed evidenziare la differenza tra se stesso e gli altri, io sono io, tu sei tu. Se due persone si incontrano, proseguono ognuna per la propria strada, sfidandosi in cuor loro: se tu sei una persona, lo sono anch'io. Tale è la forza che ha acquisito l'individuo. Ma se gli individui sono diventati equamente forti, sono anche diventati equamente deboli. Forti, perché ormai nessuno può ledere i loro diritti a proprio arbitrio e capriccio, ma palesemente più deboli di un tempo non potendo più imporre la propria volontà agli altri. Ora se tutti sono contenti di acquisire forza, nessuno è felice di essersi indebolito; il risultato è che ognuno, per non venire sopraffatto neppure in minima misura e prevaricare almeno un poco sui suoi simili, difende con le unghie e con i denti i suoi lati forti mentre cerca di sbarazzarsi di quelli vulnerabili. Arrivati a questo punto lo spazio tra una persona e l'altra viene a mancare e la vita diventa difficile. Diventa sofferenza, una condizione di tensione estrema al limite delle possibilità umane. E poiché si soffre, si cerca con ogni mezzo di creare tra un individuo e l'altro uno spazio dove muoversi più liberamente. L'uomo è causa del proprio male, e la fonte prima del suo dolore è il distacco della generazione dei genitori da quella dei figli."

Per uno che sta studiando l'importanza smarrita delle relazioni primarie e il ruolo contemporaneo dei mondi virtuali alla Second Life c'è di che riflettere. E restare di stucco di fronte alla lucidità di visione di uno scrittore giapponese che dal suo punto di vista altro aveva capito parecchio già un secolo fa e lo canzonava con ironia lieve e acuminata. Un ultimo passo (per i precisi inguaribili le citazioni vengono da Natsume Soseki, Io sono un gatto, Neri Pozza, 2006, pp. 470; 473-476): "Un bel giorno un filosofo discenderà dal cielo per predicare una nuova verità. Ecco quello che dirà: l'uomo è un animale dotato di personalità. Annullare questa personalità equivale ad annullare l'uomo. Per dare un senso, anche minimo, alla sua esistenza, è necessario preservare e sviluppare la sua personalità, qualunque sia il prezzo da pagare. Continuare a sposarsi, costretti da un'abitudine perversa, è una barbarie contraria alla natura umana, una barbarie perdonabile in un'epoca ignorante in cui la personalità non si era ancora sviluppata, ma nella nostra epoca civilizzata non fermarsi a considerare la scelleratezza di quest'usanza perniciosa sarebbe un grave errore."
Uno scorsio giapponese

lunedì 24 marzo 2008

La Torre Nera

La Torre NeraSono in molti a prendersela con Stephen King, il successo genera denaro da una parte, invidie terribili da un'altra. Ed è anche questo un legame contraddittoriale, difficile mantenere l'uno ed eliminare solo le altre. Per quanto sia innegabile che spesso il Re scrive per fini mondani, comunque (e non vedo perché non dovrebbe, a essere sincero: la gran parte degli altri autori fa lo stesso e con molta meno bravura!), ci sono momenti in cui la sua arte trascende il genere e il mestiere e diventa vero racconto del XX e XXI secolo. Cose preziose, It, L'ombra dello scorpione non sono manierismi dark fantasy o qualunque altra etichetta si voglia appiccicar loro addosso, sono quadri distorti e magnificati della nostra società fino all'ultima virgola: le esigenze inconfessabili, le paure irrazionali che cambiano pelle e diventano politica o scelte di vita o strategie di marketing, la vigliaccheria diffusa di chi non è mai responsabile delle sue azioni. A voler essere precisi, ci sarebbe da stupirsi del successo di King, visto il ritratto della società americana che di norma si ricava dalle sue opere.
Questo però non è il punto: il punto è piuttosto che la massa immensa dei suoi scritti traccia un percorso al quale sarebbe da dedicare ben più di un post anomalo qui su Ciottoli. Nel tempo i rimandi, le riprese, le vie secondarie si moltiplicano; nomi, volti, situazioni riecheggiano, precisandosi e assumendo nuove valenze in un caleidoscopio narrativo che rivela l'autore di genio e l'opera memorabile. E La Torre Nera è il Susan Delgadometatesto per eccellenza, la storia della Bildung dello scrittore e del suo alter ego pistolero, Roland Deschain di Gilead. In essa convergono le piste narrative di una miriade di romanzi; trovano nuovo splendore e spessore personaggi già incontrati e dei quali il destino era rimasto oscuro; si rivelano le sinestesie creative del maestro: la città di Tull è un omaggio ai Jethro Tull, il Re Scarlatto è l'immagine distorta degli incubi sonori dei King Crimson e poi via per una lunghissima lista di citazioni, interstizi, richiami pop o più culturali, come la ballata da cui tutto inizia, più di trent'anni fa, Childe Roland to the Dark Tower came (qui per una traduzione). Una storia sgranata negli anni per lui e per noi che abbiamo aspettato per una vita, in bilico tra aspettative, curiosità e paura di non vedere la fine. Una storia in cui lui stesso diventa protagonista ed esorcizza l'incidente stradale che per poco non gli è costato la vita, a lui, a noi il finale. Un diffrangersi di prospettive e identità e una notevole autospietatezza nel dipingersi poco eroico e molto umano, in passaggi che non possono che suscitare ammirazione: un altro tocco magistrale.
E ora ciò che ha occasionato questo post: un romanzo grafico di grande bellezza, che riorganizza materiali di più volumi della Torre con soluzioni originali e tavole di  forte impatto, a dimostrare che il fumetto è ormai ben più di un passatempo adolescenziale e merita appieno un posto tra i media espressivi contemporanei. Peculiare che, nell'era dell'immagine, tutto ciò che non è spot pubblicitario soffra ancora di così tanti stigmi, non trovate? Dev'esserci qualcosa sotto...
Childe Roland to the Dark Tower Came di Thomas Mora

sabato 19 gennaio 2008

I nuovissimi mostri

DexterTorniamo a occuparci di temi apparentemente più frivoli  L'ho lasciato decantare qualche tempo, perché Dexter non era un serial come gli altri. Con aria leggermente svagata, senza accentuarlo troppo, ha rappresentato il superamento di un altro limite, nella fiction. Un'altra confusione notturna che viene a scombinare i già deboli sistemi di riferimento valoriale di cui la gran parte dei soggetti contemporanei dispone. Un altro dei casi in cui a priori non si sa a che santo votarsi, perché il protagonista, l'eroe, è un serial killer. Un po' atipico, è vero, perché il padre adottivo, che aveva scoperto i suoi "gusti", l'ha educato a rivolgere le sue attenzioni ad altri cattivi, criminali che per numerosi motivi sfuggono alla giustizia. Così, per non restare a corto di vittime e per seguire in parte l'esempio del papà, figura di riferimento, Dexter è un tecnico di laboratorio della Scientifica di Miami, perito ematologo (si noti l'ironia), un poliziotto. Un novello Robin Hood, per certi versi, e anche simpatico e bisognoso d'affetto... E così il disordine arriva alle stelle!
Questo però è solo il primo livello di sfida che gli autori della serie rivolgono al malcapitato pubblico. Iniziano coll'instillare un sottile disagio, che viene dalla dinamica di immedesimazione implicita nel meccanismo narrativo; spingono a riconoscersi in un maniaco omicida, anche se con alcune sfumature attenuanti. E già questo non è male. Poi lasciano che il maniaco rifletta sul suo stato, in sequenze sparse all'interno dei vari episodi, per approfondirne il ritratto e lo spessore psicologico e per fomentare la simpatia degli spettatori.
Così il quarto episodio, Album di famiglia, inizia con queste parole: "
La gente intorno a me cerca sempre di stringere nuove relazioni, di amicizia o di amore, ma i legami portano fastidiose complicazioni, impegni, la condivisione, accompagnare qualcuno in aeroporto. Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!" Un dramma, nevvero? Che pena proviamo per un uomo orbato di un'intera dimensione così importante nella vita... Qualche minuto dopo - la puntata è ambientata a fine ottobre - arriva quest'altro monologo: "Adoro Halloween. E' l'unico periodo dell'anno in cui tutti portano una maschera, non solo io. La gente trova divertente fingere di essere un mostro, io passo la vita a far credere di non esserlo. Fratello, amico, fidanzato, tutte maschere che indosso ogni giorno. Qualcuno mi definirebbe un impostore... Io preferisco considerarmi un maestro del travestimento!"
HalloweenTempo di Halloween, tempo in cui ci si diletta di mimetismo e maschere. Il solo tempo in cui Dexter è simile agli altri... Ma ne siamo proprio sicuri? O c'è - come diciamo a a Roma - la fregatura? Quali maschere indossa infatti, di solito? "Fratello, amico, fidanzato", poliziotto - si può aggiungere - scienziato e chi più ne ha più ne metta. Non la strega o l'elfo o il pazzo con la motosega o Freddy. Indossa le stesse maschere che tutti indossiamo e se può farlo per rendersi normale è perché in effetti sono travestimenti, sono ruoli, cose che dichiarano e nascondono. Non solo Dexter. Potenzialmente chiunque. Ecco perciò che l'implicazione fastidiosa di poco fa diventa un'accusa velata. Come si fa a distinguere il maniaco dalla persona normale? Come si fa a capire chi dichiara e chi nasconde? Chi mente e chi no?
E' una vertigine! E anche le parole iniziali prendono un altro sapore, spingono a riflettere meglio sul gioco delle relazioni e sul valore dei rapporti, soprattutto in un tempo di menzogna generalizzata, solitamente riguardante la millantata originalità che ognuno sostiene di portare in sé... Tema prossimo alla Bildung, imbarazzante, che quindi si deve a tutti i costi perseguire Come diceva Bono: "Am I bugging you? I MEAN to bug you!" Tema che ci porta dove, per chiudere questo post fiume? Al problema della vera originalità soggettiva, principe nascosto di questi anni. Dopo l'inversione moderna del tono spirituale dell'unicità, questa è diventata una specie di miraggio, qualcosa che tutti affermano, pretendono di avere e che invece scarseggia sempre più. D'altronde, in questo tempo di bluff, chi è che può andare a vedere la mano? Solo qualcuno che abbia il punto. Tutti gli altri fingeranno di credere alle balle altrui purché gli altri credano alle loro, in un gioco di specchi dove al centro c'è solo un vuoto crescente. In questa situazione, però, vale per tutti ciò che vale per Dexter: "Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!". Ecco da una parte spiegata la crisi onnipresente delle relazioni primarie, troppo rischiose; inoltre, lo scivolamento è compiuto e il povero animale braccato per cui provavamo pena è diventato una rappresentazione iperbolica di noi: il vicino normale che ha sterminato la famiglia, quel signore tanto per bene che mangiava prostitute, quell'altro che spaccia roba tagliata male. E non è neanche finita qui! Perché in questo simpatico clima, il solo veramente pericoloso è quello che è originale davvero, senza aver bisogno di far stragi o massacrare qualcuno; quello che è spiritualmente unico e può venire a scombinare il gioco degli altri, mostrando quanto sia patetico e insignificante il re nudo. In chiusura di puntata i responsabili della serie si dilettano a sbatterci in faccia la soluzione della sciarada che ci stanno ammannendo, infrangendo gli alibi, ma delicatamente, contando sul fatto che i più non si ricordano le battute di mezz'ora prima e che tutto continuerà a sembrar loro solo un innocuo serial: "Tutti nascondono ciò che sono veramente. A volte seppellisci una parte di te tanto in profondità da dimenticarti che esiste. E a volte vorresti solo dimenticarti chi sei. Non sono il mostro. Non sono né un uomo, né una bestia. Sono qualcosa di completamente nuovo e seguo le mie regole. Sono Dexter".

martedì 3 aprile 2007

YouTube, MeTube... WhoTube?

Nella perenne rincorsa agli arretrati dell'Espresso, mi sono appena imbattuto in un articolo (che conto di aggiungere quanto prima all'archivio di www.sociologica.it) che offre spunti attuali per un tema antico, e probabilmente l'idea per un futuro saggio. L'articolo, come il lettore attento potrebbe sospettare , ha a che fare con il Web, in particolare con YouTube e con inediti comportamenti delle nuove generazioni in tema di privacy e riservatezza. Il tutto parte dalla constatazione che riserbo, vergogna e discrezione non fanno più parte del loro armamentario emozionale e relazionale. Che, come afferma Danah Boyd, una dei tanti guru che oggi affollano rete e media, "hanno abbattuto [le] mura [che le vecchie generazioni usavano per proteggere le zone più intime della personalità] e hanno cominciato a disperdere i loro pensieri reconditi sulla Rete e a permettere agli altri di intrufolarsi nel loro territorio mentale..." (L'espresso 8, 2007, pp. 176-177).Uroboros
Questo lo chiamerei un crocevia, dove si intrecciano discorsi sociologici e psicologici e, più latamente, esistenziali. Andando a disturbare Neumann e la sua Storia delle origini della coscienza, verrebbe quasi spontaneo un parallelo tra le mura medievali stigmatizzate dalla Boyd e il faticoso processo di costruzione del sé, tutto volto ad arginare la participation mystique uroborica e quindi proprio quella dispersione che invece la Rete sembra invitare nei suoi giovani frequentatori. E anche in quelli meno giovani, se vogliamo ricordare che la soggettività non è un fenomeno anagrafico, ma un flusso e una conquista quasi quotidiani. Cosa che sembrerebbe poter costituire un problema, se fossimo un tantino più attenti a ciò che accade (o, più spesso, non accade) dentro di noi, se quel processo di chiusura e fortificazione è il processo che ci ha permesso di diventare uomini coscienti. È vero d'altro canto che lo stesso Neumann ci segnala una difficoltà derivante dall'eccessiva accentuazione della separazione tra conscio e inconscio, dalla recisione di ogni legame dell'Io dalle sue radici emotive, caotiche e creative.
In questo senso, questa nuova tendenza la si potrebbe leggere col solito schema della corsa del pendolo: prima l'eccesso delle barricate, poi quello dell'abbattimento dei recinti...
Tutto questo sottintende però alcuni fatti dati come assodati ed aproblematici: quello che qui mi sembra più rilevante è la circostanza per cui si è comunque soggetti e queste dinamiche possono perturbare o aiutare questo nostro stato. Ed è qui, come direbbero i latini, che latet anguis in herba. Disturbando questa volta i teorici ottocenteschi (dio, Wilhelm von Humboldtquanto sono vetero ) della Bildung - e trovandosi d'accordo con loro, come mi succede - si scopre che la questione non è affatto così semplice, che il dialogo incessante tra conscio ed inconscio, tra esperienza intima di vita e rapporti col prossimo è uno dei fattori che innescano il processo virtuoso che porta alla soggettività, che senza di esso rischia di restare lettera morta, o seme che non dà frutto, tanto per disturbare anche qualcun altro... E che la posta in gioco sia proprio la soggettività lo dimostra il prosieguo dell'articolo: "La società si è trasformata in un concorso di esibizionisti", ci dice un altro esperto del settore. Ora, qual è la considerazione implicita dell'esibire? Proprio l'avere qualcosa che valga la pena di essere mostrato. Nel momento in cui ognuno si ritiene tanto interessante da valer la pena di darsi a vedere, compie un gesto di presunzione o di disperazione: o ritiene veramente di essere eccezionale, oppure bluffa e capovolge - come l'Occidente fa spessissimo - la logica delle cose, asserendo di fatto che il gesto del mostrare implica un contenuto rilevante. Cosa tutta da discutere. Nei terabyte di materiali che intasano la rete, di fatto, di interessante c'è sempre meno. C'è, di contro, la richiesta di attenzione per storie qualunque, vissute in superficie, clonate da modelli di più che dubbia significatività, che va a complicare ulteriormente - sia per i materiali che per l'esempio - la strada di quei pochi che si rendono conto che diventare qualcuno è parecchio più complicato di così. Qualcuno che somigli a noi stessi, e non a Paris Hilton.
Paris Hilton