lunedì 24 marzo 2008

La Torre Nera

La Torre NeraSono in molti a prendersela con Stephen King, il successo genera denaro da una parte, invidie terribili da un'altra. Ed è anche questo un legame contraddittoriale, difficile mantenere l'uno ed eliminare solo le altre. Per quanto sia innegabile che spesso il Re scrive per fini mondani, comunque (e non vedo perché non dovrebbe, a essere sincero: la gran parte degli altri autori fa lo stesso e con molta meno bravura!), ci sono momenti in cui la sua arte trascende il genere e il mestiere e diventa vero racconto del XX e XXI secolo. Cose preziose, It, L'ombra dello scorpione non sono manierismi dark fantasy o qualunque altra etichetta si voglia appiccicar loro addosso, sono quadri distorti e magnificati della nostra società fino all'ultima virgola: le esigenze inconfessabili, le paure irrazionali che cambiano pelle e diventano politica o scelte di vita o strategie di marketing, la vigliaccheria diffusa di chi non è mai responsabile delle sue azioni. A voler essere precisi, ci sarebbe da stupirsi del successo di King, visto il ritratto della società americana che di norma si ricava dalle sue opere.
Questo però non è il punto: il punto è piuttosto che la massa immensa dei suoi scritti traccia un percorso al quale sarebbe da dedicare ben più di un post anomalo qui su Ciottoli. Nel tempo i rimandi, le riprese, le vie secondarie si moltiplicano; nomi, volti, situazioni riecheggiano, precisandosi e assumendo nuove valenze in un caleidoscopio narrativo che rivela l'autore di genio e l'opera memorabile. E La Torre Nera è il Susan Delgadometatesto per eccellenza, la storia della Bildung dello scrittore e del suo alter ego pistolero, Roland Deschain di Gilead. In essa convergono le piste narrative di una miriade di romanzi; trovano nuovo splendore e spessore personaggi già incontrati e dei quali il destino era rimasto oscuro; si rivelano le sinestesie creative del maestro: la città di Tull è un omaggio ai Jethro Tull, il Re Scarlatto è l'immagine distorta degli incubi sonori dei King Crimson e poi via per una lunghissima lista di citazioni, interstizi, richiami pop o più culturali, come la ballata da cui tutto inizia, più di trent'anni fa, Childe Roland to the Dark Tower came (qui per una traduzione). Una storia sgranata negli anni per lui e per noi che abbiamo aspettato per una vita, in bilico tra aspettative, curiosità e paura di non vedere la fine. Una storia in cui lui stesso diventa protagonista ed esorcizza l'incidente stradale che per poco non gli è costato la vita, a lui, a noi il finale. Un diffrangersi di prospettive e identità e una notevole autospietatezza nel dipingersi poco eroico e molto umano, in passaggi che non possono che suscitare ammirazione: un altro tocco magistrale.
E ora ciò che ha occasionato questo post: un romanzo grafico di grande bellezza, che riorganizza materiali di più volumi della Torre con soluzioni originali e tavole di  forte impatto, a dimostrare che il fumetto è ormai ben più di un passatempo adolescenziale e merita appieno un posto tra i media espressivi contemporanei. Peculiare che, nell'era dell'immagine, tutto ciò che non è spot pubblicitario soffra ancora di così tanti stigmi, non trovate? Dev'esserci qualcosa sotto...
Childe Roland to the Dark Tower Came di Thomas Mora

3 commenti:

  1. CLAP! CLAP! CLAP! CLAP! Anche se a me in realtà il fumetto non è piaciuto troppo e mi sono stoppato al primo volumetto. forse dovrei andare oltre.

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  2. EternitaMancate26 agosto 2008 13:00

    Mamma mia. Se iniziassi io a scrivere di Roland non riuscirei a smettere. E' un miracolo, una meraviglia, vero? Non credi anche tu che sia paranormale il silenzio che ciconda uesta saga? Voglio dire, dovrebbe essere celebrata.


    E' stato bello imbattersi per caso in uesta recensione.

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  3. Scrivi in modo fantastico.

    Prova a coltivare questo tuo talento.

    Sinceri complimenti.

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