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venerdì 24 aprile 2009

Buone pratiche e responsabilità diffusa

Su un recente Espresso (14/2009, pp. 156-159) c'è un articolo di un certo interesse - che trovate qui - sulle aziende italiane che valorizzano i dipendenti non solo a parole, ma anche nei fatti. Ci si trovano svariate cose sulle quali vale la pena riflettere, nel bene e nel male. Ad esempio, unoFailure degli estensori del rapporto Top Employers Italy 2009, di cui l'articolo dà conto, afferma: «Le aziende dovranno investire nei giovani talenti che si affacciano sul mercato del lavoro, dando loro autonomia e incoraggiandoli a prendere decisioni, assumersi responsabilità, promuovere iniziative.» Considerazione ineccepibile, se non fosse che non si capisce perché questo compito dovrebbero assumerselo solo le aziende, mentre le altre istituzioni coinvolte nel processo di socializzazione - agenzie, per chi ama i tecnicismi - ne rifuggono come dalla peste. Mancando nella vita l'effetto Hollywood - quello del lieto fine - dare autonomia e stimolare la presa di responsabilità implica la capacità di essere d'esempio a simili prassi, spesso trovarsi in situazioni scomode o sgradevoli in cui si deve dire no, correggere comportamenti inadeguati, constatare fallimenti. Una cosa di cui non c'è traccia nell'articolo, né nella retorica diffusa di cui è un ottimo specchio, è il comportamento di fronte al fallimento, analizzato con grande acume da Sennett nel suo splendido L'uomo flessibile. Trattazione che si occupa di un altro caposaldo delle buone pratiche narrate in Aziende da sogno, l'idea pseudo-libertaria di responsabilità diffusa, per cui nessuno è in grado di dare ordini perché si è tutti uguali e la spinta a far meglio nasce dal Human Resourcesgruppo e dal proprio senso del dovere. Apparentemente un'ottima idea, se non fosse che in ultima analisi cancella quell'idea di responsabilità di cui si parlava prima, facendo sì che di fatto un potere continui a esercitarsi (di nuovo nel bene e nel male, visto che attualmente sembra che i manager siano diventati i capri espiatori di tutto come può leggersi qui) senza però che in linea di massima se ne sopporti il peso. Bourdieu parlerebbe di habitus, Freud di Super-Io o di sua furba strumentalizzazione: i punti di vista abbondano. Sennett è più orientato a pensare a strategie di dominio che hanno però la controindicazione di svuotare vita e persone di senso e spessore, producendo quell'uomo postmoderno proteiforme e leggero tanto amato da Maffesoli, che spesso ne perde di vista lo smarrimento e il sospetto corrosivo di inutilità esistenziale.
L'altra questione in filigrana - posto che va comunque benissimo che qualcuno abbia forse raggiunto una visione integrata della Scuola delle Relazioni Umane - è: siamo proprio così sicuri che ci sia questa gran voglia di assumersi responsabilità, promuovere iniziative ed essere autonomi? Per quanto mi dolga dirlo, a me non pare...

sabato 10 gennaio 2009

Approssimazione

Un po' per curiosità, un po' per capirne qualcosa di più, sto dando uno sguardo ai siti di social networking in chiave business. Qualche giorno fa gironzolavo su Monster e ho dato un'occhiata ai consigli per redigere un curriculum che colpisca. O meglio sulle cose da evitare perché un CV non finisca direttamente nel cestino. Una di queste ha a che fare con la cura formale nella stesura dei due fatidici fogli A4. Dicono, gli esperti del sito, che siccome chi fa la prima selezione dedica circa 20 secondi a ogni candidato uno dei criteri che utilizza più di frequente è vedere chi fa erroriCarelessness di battitura o grammaticali per liberarsene a tutta velocità. Il che mi ha fatto sorridere. Si dà il caso che i miei laureandi possano trovare familiari queste parole, vista l'attenzione colorata che dedico alle decine di refusi che costellano le loro pagine, dei quali sembrano incapaci di valutare la portata e le implicazioni. Anzi, sono quasi convinto che la gran parte dei lettori avrà a questo punto sbuffato e indirizzato pensieri poco lusinghieri ai professionisti del personale che adottano strategie tanto semplicistiche Eppure, eppure... Oggi la velocità è tutto, mi si dice quando argomento sull'importanza di dettagli apparentemente insignificanti; cosa vuoi che conti una svista, l'essenziale è che si capisca quel che si intendeva. Simmel sosteneva però che dalla superficie si può giungere in profondità attraverso qualunque frammento e un occhio allenato da un dettaglio può risalire, riscendere, intuire molte cose. Chi sceglie futuri candidati ritiene che quel particolare aspetto sia rivelatore. E in effetti, se pensiamo all'importanza maniacale che il CV oggi riveste in campo lavorativo, è abbastanza facile seguire il ragionamento: se qualcuno non è in grado di scrivere due semplici pagine (oltretutto ricche di spazi bianchi) che potrebbero modificare il suo futuro senza evitare errori, non è il caso che sprechi il mio tempo a contattarlo perché già so come sarebbe la sua performance... Molti di quelli che alzano gli occhi al cielo quando dico che rileggo e correggo anche le mail e gli sms a questo punto mi direbbero che, certo!, una cosa è una mail, una cosa un documento ufficiale o comunque importante e potrebbero perfino ricredersi sulle basi empiriche del comportamento di chi sceglie futuri collaboratori su questioni di apparente lana caprina. Eppure bis... L'attenzione fa strani scherzi e l'uomo spesso si sopravvaluta: non porre alcuna cura in certi contesti - la maggior parte, temo - rende sempre più difficile comportarsi altrimenti in altre situazioni. Di più, rende insensibili all'argomento, incapaci di apprezzare la qualità di ciò che si sta facendo. Nel campo particolare in discorso, come ben sa chiunque si occupi di correzione di bozze, la cura poi non è mai sufficiente, tant'è vero che un altro, saggio, consiglio è far rivedere comunque il proprio CV a qualcun altro, perché quattro, sei, otto occhi vedono mooolto meglio di due. Una cosa tuttavia è un errore, altra cosa è un'abbondanza di refusi che spesso diventa fastidiosa.Detail
Certo, è paradossale che esponenti di un sistema eminentemente quantitativo si basino, per le loro strategie, su modi di fare relativi a tutt'altro ordine di cose. Sì, perché di fatto ciò di cui stiamo discutendo è l'ennesima forma del dilemma quantità/qualità. E se oggi l'accusa di pedanteria è tanto facile verso chi predica a favore dello "spreco" di tempo rappresentato da un'ennesima rilettura o dalla digitazione necessaria a una correzione, è anche in larga misura grazie agli ideali propugnati da anni proprio da coloro che poi quello spreco di tempo gradirebbero vederlo applicato ai documenti che li riguardano. Situazioni assurde molto comuni nel teatro della quotidianità del XXI secolo, dove vecchie intimazioni di antico buon senso si intrecciano con spigliatezza a comportamenti che sulla loro base andrebbero censurati: dico, ha senso scegliere un candidato - anche senza refusi - dedicando 20 secondi all'esame della sua storia, per di più racchiusa obbligatoriamente in due striminzite cartelle? Pare che la coerenza, insieme al gusto sottile del far bene, non abiti più questo tempo.

domenica 12 ottobre 2008

Penna o PC?

Popular PenIl dibattito ferve, anche se negli angoletti dei giornali e in convegni non proprio da prima pagina ed è un bene che sia così. Anche per incentivare la riflessione, riprendo un trafiletto della rubrica NON SOLO CYBER de L'espresso (39/2008, p. 173) in cui Antonio Tursi dà conto delle parole di un pedagogista, Franco Frabboni, che sostiene: «Un testo scritto a mano contiene una riflessione. Un testo scritto al pc o con il telefonino, il più delle volte, assolve alla funzione di trasmettere un messaggio [...]. Considero l'uso del computer uno dei segnali della perdita di corporeità dei nostri ragazzi. Vita sedentaria, isolamento, perdita della manualità, riduzione della capacità di introspezione e riflessione». Ora, per carità, scrivo al pc da anni, anche se per certe cose mantengo imperterrito carta e penna, ma non mi sento di condividere in toto le critiche mosse a questi appunti da Tursi, che dice tra l'altro: «I facitori del sistema scuola possono continuare a denunciare la distanza tra i loro modelli lineari e unidirezionali di insegnamento e le dinamiche collaborative e orizzontali di condivisione e apprendimento che le giovani generazioni sviluppano al di fuori dell'aula» e altre simili osservazioni. Che tradiscono però un netto pregiudizio a favore dell'attuale e contro l'antico che puzza un po' troppo di mito del Progresso a tutti i costi. Sarà anche vero che il futuro impone di provare a cambiare gli schemi mentali... Ma questa cosa delle imposizioni del futuro, dipinte come inevitabili, mi stanca sempre di più. Chi l'ha detto che non si può che proseguire su questa china? Soprattutto quando ciò che si osserva, da un punto privilegiato come l'università, è un ripido peggioramento delle capacità di concentrazione e riflessione, in linea con quanto sostenuto dal "dinosauro" Frabboni. Perché dev'essere necessariamente vero che ciò che abbiamo oggi è migliore di quello che avevamo ieri, da tutti i punti di vista? Certo, il pc è un grande strumento per certe attività, ma accentua Screenradicalmente le meccaniche di esteriorizzazione della mente e della coscienza e la separazione dalla materia del mondo. Come affermava De Kerckhove al convegno di giovedì su SL, questo può risultare nella perdita di capacità di interazione in presenza, nell'incapacità relazionale e il disperdersi nella Rete è, per l'appunto, un disperdersi. Possiamo fare del tutto a meno del movimento che riporta al centro, nell'interiorità con la quale l'Occidente non ha mai avuto buoni rapporti, oppure ne va della possibilità di costituzione della soggettività umana? Sembra di intuire una grande assenza vociante, guardando avanti, e non so se ritenerla ineluttabile e inchinarvisi sia un'idea sensata...

lunedì 15 settembre 2008

Blog brillante?

Mi sono accorto, dando una scorsa ai miei blog, che per un qualche motivo sono solito cominciare i post con delle esclamazioni diciamo un tantino old fashioned. Mi ero anche ripromesso di non farlo più, ma stavolta credo mi tocchi... Oh beh! Mi trovo segnalato da Nymphadora come blog passibile del premioPremio Brillante Weblog Brillante Weblog del quale ammetto di non aver mai sentito parlare prima *sigh* Lo so che si tende a essere sospettosi in questi casi, a chiedersi il perché... Perlomeno a me capita così e poi lascio cadere la cosa. Ho dato un'occhiata in giro, però, e non mi è sembrato che i risultati fossero particolarmente catastrofici, per cui mi sono detto "sai che c'è? Immagino di non far male a nessuno!" E così eccomi ad adempiere alle richieste del regolamento:

1. Al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog - e fin qui ci sono.

2. Scegli un minimo di 7 blog (o di più) che credi siano brillanti nei loro temi o nel loro design. Esibisci il loro nome e il loro link e avvisali che hanno ottenuto il Premio “Brillante Weblog” - dunque... Non posso esimermi dall'iniziare col blog di Luca Bottura & Co. Il blog di Gago 3.0, grazie al quale riesco ancora a ridere di quello che succede in Italia; da un punto di vista professionale prossimo allo spirito di queste pagine menziono poi I media-mondo di Giovanni Boccia Artieri; una boccata di sano impegno e fede utopistica in un domani migliore si può respirare sul blog di Fabio De Nardis, mentre altri panorami e stimoli possono trovarsi su Tre cuori e tre leoni, Rogue Waves, ...È disincanto e Un taglio mai netto - voilà, anche questa è fatta, ora devo solo avvisarli. Buona lettura

3. (Facoltativo) Esibire la foto (il profilo) di chi ti ha premiato e di chi viene premiato nel tuo blog - questo invece lo salto *lol*

A chiudere, notizia dello scopo (benefico) dell'iniziativa:

TRATTO DAL REGOLAMENTO “Cosa significa Brillante Weblog?“Brillante Weblog” viene assegnato a siti e blog che risaltano per la loro brillantezza sia nei temi che nel design e il suo scopo è di promuoverli tutti nella blogosfera mondiale."

martedì 12 agosto 2008

La mistica del manager

monk 2«Nell'aria rarefatta del mattino i manager sono riuniti in meditazione. Ascoltano concentrati le note del canto gregoriano che si diffondono nel parco della villa barocca che fu dei gesuiti (...). Sono appena le otto, ma è già tardi (...). Del resto poche ore di sonno sono sufficienti per persone che, come spiega l'amministratore delegato di una importante azienda, devono avere fisico allenato e tempra da atleti per affrontare le responsabilità quotidiane» (M. Cavallieri, Slalom di carriera, L'espresso 30/2008, p. 144)

Spesso, quando parlo di prospettiva immaginale, studenti e colleghi hanno difficoltà a capire cosa intendo, dato che sul tema "immaginario/immaginale" si è detto e scritto di tutto alla luce, tra l'altro, di uno dei pregiudizi più inflessibili e condivisi della nostra cultura. Allora passaggi come questo, privo di ogni ironia e pervaso, di contro, da uno stupore reverenziale, aiutano a spiegare. E' evidente - perlomeno ai miei occhi - che la figura del manager, lungi dall'essere percepita e intesa come una professione tra le tante, riassume in sé dei tratti eroici e spirituali che ne fanno la versione contemporanea dell'eroe-sacerdote. D'altro canto basta pensarci su un momento: a) possiede un sapere esoterico che spesso è incomprensibile a lui stesso (siamo tornati addirittura ai vaticini di Delfi!); b) fa parte di un gruppo ristretto al di là del bene o del male (quasi nessun esponente di questa casta - contro la quale non odo strepiti o manifestazioni! - ha mai pagato per i considerevoli sfracelli combinati: in Italia poi prendono premi stratosferici anche se abbandonano la nave mentre affonda per colpa loro oppure se ammettono candidamente di non sapere nulla di ciò che accade nelle loro aziende, come il buon Tronchetti Provera di recente o l'attualeThe Leader Presidente del Consiglio); c) è bello, elegante, potente, sempre attorniato da donne splendide... Appare abbastanza chiaro che il culto dell'economia non può essere scalfito da semplici osservazioni razionali, quali il richiamo all'abisso nel godimento dei suoi profitti, all'ambiente al collasso o alla stupidità raccapricciante della gran parte dei comportamenti da essa influenzati: l'apparato simbolico e immaginale è troppo potente per temere il misero attacco della ragione. Risalta, nella breve citazione, un registro evocativo che rinvia a spessore spirituale e carisma, uniti alle non comuni doti fisiche e caratteriali che fanno l'altro eroe del nostro tempo, il campione sportivo, per dipingere il personaggio di un romanzo, non un uomo in carne, ossa e - spesso - difetti. Un uomo al di sopra di sospetti e critiche, un... LEADER! E diciamola, no?, la parola magica che sostanzia in sé l'intera costellazione di senso!
C'è di buono che il processo inflattivo che ci ha portato a passi insulsi come quello appena citato o quest'altro capolavoro:

«L'ardita operazione ha la regia di un uomo determinato, il carioca Carlos Brito, volto nuovo del capitalismo mondiale. "E' bassetto, moro ed ha uno sguardo deciso. Quando l'ho visto la prima volta, il suo aspetto e la sua volontà di dominare il mondo mi hanno fatto pensare a Napoleone"» (A. D'Argenzio, La birra? E' in fermento, L'espresso 30/2008, p. 126)
Napoleon
il processo, dicevo, ha completamente perso di vista ogni senso della misura e ormai, più che sfiorare, sguazza nel ridicolo. E il ridicolo non è razionale, se Dio vuole! Riesce a imporsi nonostante i peana e le autoillusioni - che giocano in tutto questo un ruolo centrale - e a svelare che il Re è nudo. E patetico. Tanto per capirsi, il campione in odore di Napoleone qui sopra dirige una fabbrica di birra! Molto grande, ma pur sempre una fabbrica di birra. E i monaci shaolin più sopra sono gente che nella gran parte dei casi tira coca e reagisce come il famoso cane di Pavlov a poche parole chiave
The King Is NakedEd è anche un peccato, perché qualche segno di scuotimento dal torpore trionfalistico ci sarebbe anche. Lo stesso articolo di apertura, qui sopra, prosegue tirando in ballo nuove figure che rinunciano all'adorazione della carriera seguendo vocazioni non economicistiche, cosa che è musica per le mie orecchie, anche se nella prassi di vita di una tale evoluzione nei comportamenti non ho notizia né coscienza. Sarà che sono cinico...

giovedì 3 luglio 2008

Una cultura approssimativa

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.
Bosco in Corsica
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...

Una cosa buona è che tutta questa faccenda della traccia della maturità sbagliata mi ha riportato alla mente una delle mie poesie preferite di Ossi di seppia, che il tempo si era premurato di erodermi dalla memoria. Una delle più belle approssimazioni all'emozione vissuta attraverso le parole che abbia mai letto. Sinestesia pura, lo scorrere d'acqua quasi impercettibile, il gorgoglio che immagini coperto dall'alito di vento più lieve, la frescura, i riflessi, il sollievo...

La cosa non buona è che, tanto per cambiare, l'incidente mette in luce l'approssimazione - di tutt'altro genere - con cui si fanno ultimamente le cose in Italia. Accentuata e descritta con un sorriso amaro da Umberto Eco nell'ultima Bustina di Minerva, che potete leggere qui.

domenica 15 giugno 2008

Cose che non ti aspetti

La nuova campagna MotorolaUno i libri li compra e li mette lì. Spesso non li legge subito, spesso passano mesi se non anni prima di prenderli in mano. Poi qualcosa ti risuona in testa e ti trovi con un'improvvisa curiosità di vedere che c'è scritto e cominci. Nel frattempo hai letto altro, stai leggendo altro. Spesso ho la sensazione che le cose che leggi, studi e pensi interagiscano tra loro alle tue spalle, mentre sei disattento o proprio non ci sei e ti giochino dei tiri, bonari. Si divertano a organizzarsi come un attrattore strano e a farti incappare in traiettorie che mai e poi mai ti saresti imamginato... Sto leggendo un libro di Rifkin, L'era dell'accesso, che era lì da un po', in attesa. Più o meno nello stesso periodo ho cominciato un romanzo giapponese di inizi '900, Io sono un gatto, acquistato senza saperne nulla, per il titolo e la copertina. Doveva essere lo spazio libero da scopi universitari, l'angolino in cui ti isoli per qualche tempo ogni giorno per rifiatare. Beata illusione! Per qualche tempo mi sono limitato a riportarne passaggi particolarmente stuzzicanti su Aforismatica, poi la cosa si è complicata.

Jeremy RifkinTesi principale di Rifkin è che siamo a un altro punto di svolta nella storia della nostra cultura. Al concetto di proprietà, statico, saldo, duraturo, si sta rapidamente sostituendo quello di accesso, temporaneo, mutevole, scostante, molto più adatto alle dinamiche frenetiche del tempo e soprattutto al costante "miglioramento" delle caratteristiche degli oggetti, che invecchiano con rapidità tale da rendere impensabile il tenerli con sé troppo a lungo. Questo ovviamente crea problemi alle industrie, che devono rivedere in modo radicale le loro strategie verso i consumatori, che non sono neanche più tali: si trasformano infatti in destinatari di servizi. Non si vende loro qualcosa, si soddisfa una loro esigenza attraverso i mezzi e i termini di volta in volta più adatti. L'architettura delle esigenze e dei bisogni dei soggetti è quindi il nuovo obiettivo cui le aziende dedicano le loro energie. Uno dei sistemi più furbi da loro escogitato ha a che fare con l'intercettazione delle necessità relazionali, sempre meno soddisfatte da una società secondarizzata all'eccesso: le aziende mirano a divenire titolari della fiducia e dell'affetto degli ex-clienti, così fidelizzandoli al di là di ogni ragione strumentale e seduzione economica - che intanto continuano però a essere sbandierate come unici criteri di scelta e orientamento nella vita... L'idea, conviene Rifkin, è raccapricciante, degna di questa nuova fase culturale.

"
A quel punto - racconta Meitei, uno dei protagonisti di Io sono un gatto, parlando di una truffa commerciale di cui ha letto - gli dico che non si deve preoccupare per il pagamento, se il dipinto gli piace, può portarlo via. Il Ikebanacliente esita, protesta che on può accettare. Allora, insisto, può pagare poco per volta ogni mese. Piccole rate su un lungo periodo, tanto ormai diventerà un cliente..." Il romanzo è del 1905, la sensazione che non ci sia niente di nuovo sotto al sole per chi ha occhi per vedere è tanto schiacciante da confinare con la noia esistenziale *sigh* E non finisce qui. Meitei prosegue, in uno dei tanti momenti di socievolezza simmeliana che costituiscono l'intero romanzo, spiegando al suo piccolo uditorio perché presto non ci saranno più famiglie. È un problema di personalità: "Quando un clan familiare era rappresentato dal capofamiglia, un distretto dal suo delegato, un paese dai governanti, solo questi rappresentanti avevano una personalità, gli altri individui no. E se l'avevano non veniva riconosciuta. Ora che la situazione è drasticamente mutata, ognuno vuole esternare a tutti i costi il proprio carattere ed evidenziare la differenza tra se stesso e gli altri, io sono io, tu sei tu. Se due persone si incontrano, proseguono ognuna per la propria strada, sfidandosi in cuor loro: se tu sei una persona, lo sono anch'io. Tale è la forza che ha acquisito l'individuo. Ma se gli individui sono diventati equamente forti, sono anche diventati equamente deboli. Forti, perché ormai nessuno può ledere i loro diritti a proprio arbitrio e capriccio, ma palesemente più deboli di un tempo non potendo più imporre la propria volontà agli altri. Ora se tutti sono contenti di acquisire forza, nessuno è felice di essersi indebolito; il risultato è che ognuno, per non venire sopraffatto neppure in minima misura e prevaricare almeno un poco sui suoi simili, difende con le unghie e con i denti i suoi lati forti mentre cerca di sbarazzarsi di quelli vulnerabili. Arrivati a questo punto lo spazio tra una persona e l'altra viene a mancare e la vita diventa difficile. Diventa sofferenza, una condizione di tensione estrema al limite delle possibilità umane. E poiché si soffre, si cerca con ogni mezzo di creare tra un individuo e l'altro uno spazio dove muoversi più liberamente. L'uomo è causa del proprio male, e la fonte prima del suo dolore è il distacco della generazione dei genitori da quella dei figli."

Per uno che sta studiando l'importanza smarrita delle relazioni primarie e il ruolo contemporaneo dei mondi virtuali alla Second Life c'è di che riflettere. E restare di stucco di fronte alla lucidità di visione di uno scrittore giapponese che dal suo punto di vista altro aveva capito parecchio già un secolo fa e lo canzonava con ironia lieve e acuminata. Un ultimo passo (per i precisi inguaribili le citazioni vengono da Natsume Soseki, Io sono un gatto, Neri Pozza, 2006, pp. 470; 473-476): "Un bel giorno un filosofo discenderà dal cielo per predicare una nuova verità. Ecco quello che dirà: l'uomo è un animale dotato di personalità. Annullare questa personalità equivale ad annullare l'uomo. Per dare un senso, anche minimo, alla sua esistenza, è necessario preservare e sviluppare la sua personalità, qualunque sia il prezzo da pagare. Continuare a sposarsi, costretti da un'abitudine perversa, è una barbarie contraria alla natura umana, una barbarie perdonabile in un'epoca ignorante in cui la personalità non si era ancora sviluppata, ma nella nostra epoca civilizzata non fermarsi a considerare la scelleratezza di quest'usanza perniciosa sarebbe un grave errore."
Uno scorsio giapponese

domenica 4 maggio 2008

Il magico dopo il moderno

The Dresden FilesStrani segni invero, soprattutto quando si hanno occhi per vederli. Se è vero che i testi televisivi sono il commento e la descrizione del nostro tempo, i cambiamenti che si registrano nella loro lingua sono qualcosa di più dello sghiribizzo degli sceneggiatori. Indicano linee tendenziali e maree immaginali, ben più dei discorsi retorici dei media o della politica. O, se è per questo, dell'economia. Su Fox è partita una nuova serie, The Dresden Files, con un protagonista molto simpatico e con forti echi di quello che può ormai definirsi un classico dell'universo serial, Streghe. Ancora! si potrebbe dire: dopo n stagioni delle sorelle Halliwell ci ritroviamo con un menu appena appena diverso? Personaggi mitici e leggendari, libri con descrizioni perfino troppo puntuali, incantesimi e oggetti di potere... Roba stranota se non fosse che... L'aria è un po' diversa: prima di tutto un po' più hard-boiled, diretta a un pubblico adulto ch non ne può più di bigliettini in rima e pozioni monodose. E poi quella che in Streghe era una comoda via di fuga per episodi un tantino traballanti - l'amicizia con un poliziotto - diventa un tratto fondamentale, una connessione che funziona nei due sensi. E non è il soloUn'immagine di Medium caso. Gli esempi cominciano ad abbondare: abbiamo Missing, dove sogni e parapsicologia la fanno da padroni, tanto da diventare oggetto di un progetto FBI; abbiamo Medium, dove le doti soprannaturali della protagonista vengono normalmente sfruttate dalle forze di polizia. Gli esempi di un'irruzione sempre meno problematica di mezzi e strumenti "da ciarlatani" nella normalità quotidiana si moltiplicano. Il che la dice lunga sulle condizioni del discorso culturale prevalente fino a poco tempo fa. Un ritratto eccellente di questa battaglia di retroguardia viene da un episodio di Numb3rs, serie che pur ispirata a criteri diametralmente opposti finisce per far sembrare la matematica una magia in sé sortendo quindi l'effetto opposto a quello ricercato, almeno immagino: il protagonista, matematico provetto - anche troppo! - si scontra con un medium del quale tenta per tutto l'episodio di dimostrare l'inaffidabilità, con risultati non molto convincenti.
Che dirne? Che, come al solito, pro e contro sono accuratamente mescolati: se da un lato la falla nella pretesa universalizzante della ragione restituisce incanto e mistero a un mondo che si andava irrimediabilmente appiattendo su una deprimente dimensione strumentale, dall'altro questo incanto non viene mai tematizzato in sé o dotato di una dignità autonoma, ma si trova rivestito di nuovo di una patina utilitaria. I "mostri" vengono sopportati - o addirittura accettati - perché fanno comodo, perché arrivano dove i mezzi tradizionali, lisi, non sono più in grado di fare la differenza... E' il segno di uno sdoganamento: temo che si tratti però più di paura e smarrimento che di curiosità scevra da pregiudizi e apertura alla magica complessità del reale.
The System Is Incomplete

sabato 12 aprile 2008

Persi nel labirinto

Vignetta proprio niente male :)Oh beh, ci risiamo  anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...

E allora, potrei chiedere? Ci sarebbe qualcosa di male oppure paradossalmente potrebbe non esserci modo migliore di andare avanti? Arrancando, come facciamo un po' tutti in questo inizio di XXI secolo, orfani di certezze, verità e altri tipi di bussola, gettati in una cultura che ricorda sempre più da vicino Tafazzi, ma senza la simpatia. C'è qualcosa del cupio dissolvi in un flusso di pensiero, ricerca e ragionamento che mira senza tregua a minare le sue stesse basi, ad annullare i suoi presupposti e la sua stessa pensabilità in nome di... cosa? Della soddisfazione masochistica di aver avuto Ragione? Dell'affrancamento da una dimensione emotiva ed estetica che si è deciso di giudicare non umana, maUn'isola animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.

Una delle domande più impellenti cui volevo rispondere stasera è questa: perché hanno tutti così tanta fretta di andar via? La gran parte dei protagonisti non ha una vita, ha solo desolazione, grane, solitudine, eppure non si gode un momento che è uno in un posto che sembra il paradiso in terra, tanto che Hugo si ricorda di fare un tuffo solo quando è finalmente certo di star andando via... Certo, una parola grossa diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?

E poi c'è il Destino, la teleologia del vivere contro la radicale mancanza di senso, quella che trasforma in eroi anche degli ex-tossici e a tratti sbalza il discorso a livelli cui siamo impreparati. L'isola chiama, l'isola sceglie. La sola rassicurazione possibile è l'inserimento in un disegno più grande, la fede con o senza maiuscola? Abbiamo grossi pregiudizi su tutto ciò che limita la nostra libertà tranne che su noi stessi, che spesso siamo i primi a rinchiuderci in idee stantie e non nostre, che la libertà vera non sappiamo più dove sta di casa e fuggiamo da chi tenta di mostarcela. O gli spariamo, come capita spesso al buon Locke, uno dei tanti miracolati, ma almeno uno che ha capito. Che lì dopo tutto si sta meglio.
Un panorama dell'isola

lunedì 24 marzo 2008

La Torre Nera

La Torre NeraSono in molti a prendersela con Stephen King, il successo genera denaro da una parte, invidie terribili da un'altra. Ed è anche questo un legame contraddittoriale, difficile mantenere l'uno ed eliminare solo le altre. Per quanto sia innegabile che spesso il Re scrive per fini mondani, comunque (e non vedo perché non dovrebbe, a essere sincero: la gran parte degli altri autori fa lo stesso e con molta meno bravura!), ci sono momenti in cui la sua arte trascende il genere e il mestiere e diventa vero racconto del XX e XXI secolo. Cose preziose, It, L'ombra dello scorpione non sono manierismi dark fantasy o qualunque altra etichetta si voglia appiccicar loro addosso, sono quadri distorti e magnificati della nostra società fino all'ultima virgola: le esigenze inconfessabili, le paure irrazionali che cambiano pelle e diventano politica o scelte di vita o strategie di marketing, la vigliaccheria diffusa di chi non è mai responsabile delle sue azioni. A voler essere precisi, ci sarebbe da stupirsi del successo di King, visto il ritratto della società americana che di norma si ricava dalle sue opere.
Questo però non è il punto: il punto è piuttosto che la massa immensa dei suoi scritti traccia un percorso al quale sarebbe da dedicare ben più di un post anomalo qui su Ciottoli. Nel tempo i rimandi, le riprese, le vie secondarie si moltiplicano; nomi, volti, situazioni riecheggiano, precisandosi e assumendo nuove valenze in un caleidoscopio narrativo che rivela l'autore di genio e l'opera memorabile. E La Torre Nera è il Susan Delgadometatesto per eccellenza, la storia della Bildung dello scrittore e del suo alter ego pistolero, Roland Deschain di Gilead. In essa convergono le piste narrative di una miriade di romanzi; trovano nuovo splendore e spessore personaggi già incontrati e dei quali il destino era rimasto oscuro; si rivelano le sinestesie creative del maestro: la città di Tull è un omaggio ai Jethro Tull, il Re Scarlatto è l'immagine distorta degli incubi sonori dei King Crimson e poi via per una lunghissima lista di citazioni, interstizi, richiami pop o più culturali, come la ballata da cui tutto inizia, più di trent'anni fa, Childe Roland to the Dark Tower came (qui per una traduzione). Una storia sgranata negli anni per lui e per noi che abbiamo aspettato per una vita, in bilico tra aspettative, curiosità e paura di non vedere la fine. Una storia in cui lui stesso diventa protagonista ed esorcizza l'incidente stradale che per poco non gli è costato la vita, a lui, a noi il finale. Un diffrangersi di prospettive e identità e una notevole autospietatezza nel dipingersi poco eroico e molto umano, in passaggi che non possono che suscitare ammirazione: un altro tocco magistrale.
E ora ciò che ha occasionato questo post: un romanzo grafico di grande bellezza, che riorganizza materiali di più volumi della Torre con soluzioni originali e tavole di  forte impatto, a dimostrare che il fumetto è ormai ben più di un passatempo adolescenziale e merita appieno un posto tra i media espressivi contemporanei. Peculiare che, nell'era dell'immagine, tutto ciò che non è spot pubblicitario soffra ancora di così tanti stigmi, non trovate? Dev'esserci qualcosa sotto...
Childe Roland to the Dark Tower Came di Thomas Mora

sabato 19 gennaio 2008

I nuovissimi mostri

DexterTorniamo a occuparci di temi apparentemente più frivoli  L'ho lasciato decantare qualche tempo, perché Dexter non era un serial come gli altri. Con aria leggermente svagata, senza accentuarlo troppo, ha rappresentato il superamento di un altro limite, nella fiction. Un'altra confusione notturna che viene a scombinare i già deboli sistemi di riferimento valoriale di cui la gran parte dei soggetti contemporanei dispone. Un altro dei casi in cui a priori non si sa a che santo votarsi, perché il protagonista, l'eroe, è un serial killer. Un po' atipico, è vero, perché il padre adottivo, che aveva scoperto i suoi "gusti", l'ha educato a rivolgere le sue attenzioni ad altri cattivi, criminali che per numerosi motivi sfuggono alla giustizia. Così, per non restare a corto di vittime e per seguire in parte l'esempio del papà, figura di riferimento, Dexter è un tecnico di laboratorio della Scientifica di Miami, perito ematologo (si noti l'ironia), un poliziotto. Un novello Robin Hood, per certi versi, e anche simpatico e bisognoso d'affetto... E così il disordine arriva alle stelle!
Questo però è solo il primo livello di sfida che gli autori della serie rivolgono al malcapitato pubblico. Iniziano coll'instillare un sottile disagio, che viene dalla dinamica di immedesimazione implicita nel meccanismo narrativo; spingono a riconoscersi in un maniaco omicida, anche se con alcune sfumature attenuanti. E già questo non è male. Poi lasciano che il maniaco rifletta sul suo stato, in sequenze sparse all'interno dei vari episodi, per approfondirne il ritratto e lo spessore psicologico e per fomentare la simpatia degli spettatori.
Così il quarto episodio, Album di famiglia, inizia con queste parole: "
La gente intorno a me cerca sempre di stringere nuove relazioni, di amicizia o di amore, ma i legami portano fastidiose complicazioni, impegni, la condivisione, accompagnare qualcuno in aeroporto. Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!" Un dramma, nevvero? Che pena proviamo per un uomo orbato di un'intera dimensione così importante nella vita... Qualche minuto dopo - la puntata è ambientata a fine ottobre - arriva quest'altro monologo: "Adoro Halloween. E' l'unico periodo dell'anno in cui tutti portano una maschera, non solo io. La gente trova divertente fingere di essere un mostro, io passo la vita a far credere di non esserlo. Fratello, amico, fidanzato, tutte maschere che indosso ogni giorno. Qualcuno mi definirebbe un impostore... Io preferisco considerarmi un maestro del travestimento!"
HalloweenTempo di Halloween, tempo in cui ci si diletta di mimetismo e maschere. Il solo tempo in cui Dexter è simile agli altri... Ma ne siamo proprio sicuri? O c'è - come diciamo a a Roma - la fregatura? Quali maschere indossa infatti, di solito? "Fratello, amico, fidanzato", poliziotto - si può aggiungere - scienziato e chi più ne ha più ne metta. Non la strega o l'elfo o il pazzo con la motosega o Freddy. Indossa le stesse maschere che tutti indossiamo e se può farlo per rendersi normale è perché in effetti sono travestimenti, sono ruoli, cose che dichiarano e nascondono. Non solo Dexter. Potenzialmente chiunque. Ecco perciò che l'implicazione fastidiosa di poco fa diventa un'accusa velata. Come si fa a distinguere il maniaco dalla persona normale? Come si fa a capire chi dichiara e chi nasconde? Chi mente e chi no?
E' una vertigine! E anche le parole iniziali prendono un altro sapore, spingono a riflettere meglio sul gioco delle relazioni e sul valore dei rapporti, soprattutto in un tempo di menzogna generalizzata, solitamente riguardante la millantata originalità che ognuno sostiene di portare in sé... Tema prossimo alla Bildung, imbarazzante, che quindi si deve a tutti i costi perseguire Come diceva Bono: "Am I bugging you? I MEAN to bug you!" Tema che ci porta dove, per chiudere questo post fiume? Al problema della vera originalità soggettiva, principe nascosto di questi anni. Dopo l'inversione moderna del tono spirituale dell'unicità, questa è diventata una specie di miraggio, qualcosa che tutti affermano, pretendono di avere e che invece scarseggia sempre più. D'altronde, in questo tempo di bluff, chi è che può andare a vedere la mano? Solo qualcuno che abbia il punto. Tutti gli altri fingeranno di credere alle balle altrui purché gli altri credano alle loro, in un gioco di specchi dove al centro c'è solo un vuoto crescente. In questa situazione, però, vale per tutti ciò che vale per Dexter: "Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!". Ecco da una parte spiegata la crisi onnipresente delle relazioni primarie, troppo rischiose; inoltre, lo scivolamento è compiuto e il povero animale braccato per cui provavamo pena è diventato una rappresentazione iperbolica di noi: il vicino normale che ha sterminato la famiglia, quel signore tanto per bene che mangiava prostitute, quell'altro che spaccia roba tagliata male. E non è neanche finita qui! Perché in questo simpatico clima, il solo veramente pericoloso è quello che è originale davvero, senza aver bisogno di far stragi o massacrare qualcuno; quello che è spiritualmente unico e può venire a scombinare il gioco degli altri, mostrando quanto sia patetico e insignificante il re nudo. In chiusura di puntata i responsabili della serie si dilettano a sbatterci in faccia la soluzione della sciarada che ci stanno ammannendo, infrangendo gli alibi, ma delicatamente, contando sul fatto che i più non si ricordano le battute di mezz'ora prima e che tutto continuerà a sembrar loro solo un innocuo serial: "Tutti nascondono ciò che sono veramente. A volte seppellisci una parte di te tanto in profondità da dimenticarti che esiste. E a volte vorresti solo dimenticarti chi sei. Non sono il mostro. Non sono né un uomo, né una bestia. Sono qualcosa di completamente nuovo e seguo le mie regole. Sono Dexter".

mercoledì 12 dicembre 2007

Economia ed etica?

Sono abbastanza soddisfatto di questo blog, anche se ha dei problemi: qualcuno strutturale, qualcuno relazionale, credo Ha un ritmo del tutto inadeguato al web, i post sono di norma troppo lunghi e probabilmente scritti con un tono che non invita al dialogo... E fin qui il mea culpa. E' anche vero, perlomeno credo e spero, che molti dei visitatori non hanno con me un rapporto esclusivamente informatico, ma capitano qui perché incuriositi da qualcosa che ho detto a lezione, perché cercano qualcosa di diverso dal solito, che possa solleticarli in un modo o nell'altro. Mi piacerebbe che dicessero la loro!!! Mi piacerebbe spingerli a scrivere un appunto, un'osservazione, un commento Allora ho pensato di passare all'esortazione diretta. Col post precedente - dedicato a Danilo Coppola - eLuigi Zingales questo, inauguro una serie di stimoli diretti. Materiali quasi grezzi, adatti a un'esercitazione d'aula come a un momento di riflessione, causato dallo studio o da un sussulto di attività cerebrale autonoma.
Oggi parliamo dei difficili rapporti tra etica ed economia, oggi in cima all'agenda dei media e della cogitazione intellettuale. Credo che un recente articolo di Luigi Zingales su "L'espresso" (49/2007, p. 19) aiuti a capire quanto la questione sia "assurda", perlomeno se si continua a usare il termine "economia" con le sue legittime prerogative teorico-pratiche, senza infingimenti: "Senza una punizione pecuniaria non esiste per le imprese l'incentivo a modificare atteggiamenti lesivi dei consumatori [...]. Questo sistema di responsabilità civile è un pilastro essenziale di un buon sistema di mercato. Senza di esso, il perseguimento del profitto spinge le imprese a ignorare i rischi dei consumatori. Lo vediamo nei prodotti per bambini [...]: siccome negli Stati Uniti i bambini valgono poco in termini di risarcimento economico (sono un costo, non una fonte di reddito), le imprese non ritengono economicamente vantaggioso investire in migliori standard di sicurezza".
Apprezzo molto che qualcuno formuli limpidamente concetti del genere, anche se una parte di me ha voglia di mettersi a urlare. Credo sia sano che venga loro data la maggior diffusione possibile, in modo da sgombrare il campo dalla melassa ideologica con la quale si ha a che fare di solito.
E ora gradirei sentire qualche parere. Possibilmente qui, in forma di commento o, per i più intraprendenti, iscrivendosi a Splinder e chiedendomi di diventare coautori o facendosi addirittura il proprio blog inattuale. Chissà...

Giocattoli

giovedì 6 dicembre 2007

Questione di fiducia

Post in stile Aforismatica, proprio al volo. Molti non capiscono il ruolo della fiducia nella società contemporanea. Ora, date un'occhiata a questo volto:Danilo Coppola
gli affidereste mai cinquanta lire - o venti centesimi, a scialare col cambio? Eppure fior di banche lo hanno fatto, tanto da trasformarlo per qualche tempo in un corsaro della finanza, prima che si rivelasse come "furbetto del quartierino" e poi come patetico maneggione... So che si può pensare che la crème de la crème delle banche avesse i suoi motivi; anzi è sicuro. Il problema è che in linea di massima ci si fida delle banche e quindi, per la famosa proprietà transitiva... Per non parlare poi di quelli che gli hanno affidato i loro risparmi di persona, vedendolo. Il fascino del ruolo, in questa società, soprattutto se ha a che fare col misterioso e affascinante mondo della finanza, espropria di fatto ogni traccia di buonsenso.

mercoledì 31 ottobre 2007

Di nuovo House

Hugh Laurie aka Gregory House
E' notte e in tv c'è uno speciale di Matrix sul dottor House. Abbiamo esperti assortiti, produttori e un giovane filosofo che con alcuni colleghi ha pubblicato un lavoro su La filosofia del dottor House. Come dicevo tempo fa, per un semplice serial sembra in grado di proporre molti spunti! Al di là del fatto che da più parti ci si sta accorgendo che di "semplice" alcuni serial non hanno proprio niente - tanto da essere paragonati al romanzo per la capacità descrittiva del reale proprio di questo torno di tempo - quello che mi colpisce della trasmissione è ancora una volta l'abilità di girare intorno agli argomenti senza coglierne aspetti centrali se non di sponda. Una delle poche osservazioni interessanti ha come spunto di partenza una domanda di Mentana sul perché negli USA i serial di ispirazione ospedaliera vanno fortissimo accanto a quelli investigativi, mentre in Italia funzionano solo i secondi: il giovane filosofo risponde opportunamente ricordando l'immenso problema costituito dalla sanità per la stragrande maggioranza degli americani. Risposta che si potrebbe integrare con altri corollari: il grande problema che è oggi in Italia la sicurezza e il fatto che nonostante gli alti lai noi evidentemente ci rappresentiamo la sanità molto meglio di quanto non sembri. Questa scala di ragionamento va bene anche per la questione generale del perché i serial medici sono comunque così gettonati: Regazzoni richiama il tema della vita e della morte e della fragilità della prima, senza però accentuare il peculiare aspetto problematico che sta assumendo, legato all'ossessione per la fine della vita - cui non fa più da contraltare una qualche soteriologia - e alla carica immaginale irresistibile che si sedimenta per contro sulla medicina intesa come nuova fede, cioè nuova strategia di salvezza e metodo per conquistare questa stessa salvezza nella quotidianità, sconfiggendo l'azione del tempo, il decadimento e la consunzione.
Un'altra cosa che non è venuta fuori che per caso - e solo per intenditori - è l'estrema eterodossia del personaggio, incarnata nelle molte mail di protesta dirette da pazienti e medici italiani all'inserto Salute del Corriere della Sera. Eterodossia che anzi quasi tutti si sono sforzati di far rientrare in schemi consolatori come l'eroe burbero ma buono, il medico appena meno canonico del solito, etc. Come già scrivevo tempo fa, invece, per quanto possa sembrare controfattuale, il fascino del "buon" Gregory non è tanto nel giocare al di fuori delle regole - comportamento dopotutto non particolarmente originale - ma nell'incarnare una medicina completamente diversa da quella odierna, sempre più dipendente da analisi tecnologiche ed apparecchiature esoteriche e arroccata in una pretesa di infallibilità dai costi logistici ed esistenziali costantemente in crescita. Per lui la medicina è arte, intuizione, soprattutto incertezza. Unite a una sana dose di scetticismo sulle capacità miracolose di esami e altre diavolerie. House è la ragione com'era prima del mito del Progresso, versatile e capace di errore. Ma è anche altro. E quest'altro è ancora meno digeribile dal discorso culturale prevalente, che infatti si limita a sfruttarne il fascino senza però indagare troppo in proposito: House è l'individuo di talento, il genio, che si fida delle sue fulminazioni contro l'evidenza documentale e usa della sua certezza per sé e per gli altri, mettendosi ogni volta interamente a rischio. E' il contrario dell'omologazione statistica, del canone ormai inflazionato del lavoro di squadra - tant'è vero, come si notava in trasmissione, che è solo, usa il suo team come specchio, uditorio quasi del tutto privo di capacità d'azione - è un essere inattuale scaturito da un passato dove la fede nel soggetto era ben più viva di quanto non sia oggi, sebbene il soggetto stesso, poco democraticamente, non potesse essere chiunque, ma solo chi avesse il dono.
House è così seguito e ha tanto successo perché incarna una nostalgia indicibile - perché radicalmente fuori dagli schemi correnti - per un uomo capace di far fronte al destino pur sapendo di essere fallibile, capace di fregarsene dei canoni in un'epoca in cui essi sono sempre più norma soffocante e obbligo di comportamento. House, direbbe probabilmente Simmel, è un soggetto in piena forma nonostante il suo tempo.

giovedì 23 agosto 2007

Solidarietà a Roberto Saviano

Abbandono per una volta la mission di questo blog per quello che mi sembra un atto dovuto. Ho già segnalato la mia stima per gli scritti di Roberto Saviano, sapendo che il genere di coraggio civile che sta mostrando avrebbe avuto gravi ripercussioni. Delle quali era con tutta evidenza ben conscio se, qualche tempo dopo la comparsa di Gomorra, scriveva di Anna Politkovskaja che sembra che nel mondo attuale solo la morte metta al riparo lo scrittore da ingiurie e calunnie... Leggo oggi che, prevedibilmente, la camorra ha emesso una fatwa - incredibile come ci si abitui all'uso di parole fino a pochi anni fa ignote e tutt'ora spesso incomprensibili, incredibile come roghi e censure tornino brutalmente alla ribalta - nei suoi confronti e sa aspettare. Leggo di vicini che lo vogliono allontanare dal condominio perché infastiditi dall'andirivieni della scorta. Di altri che vogliono allontanare persino i suoi parenti. E non posso non vergognarmi di questa ipocrisia dilagante - la stessa che addita i boss come radice del problema della cocaina senza chiedersi nulla sull'aumento esponenziale del consumo, come se qualcuno obbligasse i passanti a sniffare sotto pena di morte - e reagire, con i mezzi terribilmente inadeguati che il Web mi mette a disposizione. Siccome condivido la passione e la fede di Saviano nelle parole, invito chiunque passi di qui a leggere, se non il libro, almeno gli articoli che pubblica periodicamente sull'Espresso e dei quali può trovare l'elenco aggiornato seguendo questo link. Con la speranza che possa continuare a farlo a lungo.

lunedì 25 giugno 2007

Why me?

Riprendo il filo delle ultime annotazioni - qui sotto, il link non serve  - sulla scorta della visione del nuovo episodio dei Fantastici 4, per l'occasione accanto a Silver Surfer. E introduco questa nuova puntata con un tormentone che gli affezionati del fantasy conoscono bene: quello che accompagna tutta la prima trilogia di David Eddings, ilBelgarion Belgariad. Che, detto per inciso, ho sempre trovato di grande aiuto nei momenti in cui la fuga e il cambio d'aria mentale si imponevano. Il povero Garion, cresciuto per tutta la vita convinto di essere semplicemente una nullità, si trova erede di un trono e unico eroe in grado di salvare, tanto per cambiare, il mondo. E non fa che chiedersi, forse anche con troppa frequenza, "perché io?". E' un ritornello che ultimamente mi torna in mente piuttosto di frequente: in ultima analisi tutte le stagioni di Smallville - l'infanzia di Superman - risuonano dello stesso lamento sconsolato; l'Uomo Ragno si chiede spesso la stessa cosa e oggi anche Mr Fantastic e la Donna Invisibile si scoprono accorati dalla disgrazia toccata loro di questi superpoteri così ingombranti da impedire una vita normale... Che devo dire, mi sembra tanto strano! Al di là della chiarezza concettuale di chi scrive le storie, questa densità di insoddisfazione verso un'evidente unicità urta frontalmente con la retorica che invece è sempre più ingombrante nel discorso mediatico, quella del "se non sei unico, non sei!" e che costituisce l'essenza della cultura attuale. Dev'esserci, da qualche parte, la fregatura! In altre parole, come mai il supereroe - che dovrebbe essere l'ennesima potenza dell'ormai superato eroe, che è unico per antonomasia e costituisce perciò il modello della tanto strombazzata originalità contemporanea - ambisce a essere normale, quando tutti i normali del mondo vorrebbero essere come lui? I due sposi fantasticiHo una mezza teoria in proposito, che usa un po' di Durand e un po' di Dumont e drammatizza questi avvenimenti, restituendo loro un po' d'incanto: nella fiction, non solo fantasy romanzesca, ma anche cinematografica e fumettistica, cioè nel mondo dell'immaginario, lo scontro tra regime diurno e regime notturno si sta combattendo, come è giusto, senza esclusione di colpi. Se da una parte a volte l'immaginario ne mette a segno di magistrali, come ad esempio 300, dall'altra lo scontro è sovente in bilico e il risultato è un tessuto immaginale contraddittoriale, con slanci di ampio respiro e ricadute nel prosaico ed utilitarista da brivido. A parte gli appunti sull'opera di Martin (sempre qui sotto), gli esempi portati finora sono piuttosto calzanti e a mio parere efficaci: prendiamo le tute dei Fantastic 4 zeppe dei logo dei vari sponsor o le citazioni per danni relative alle loro gesta - cosa già vista, con altro accento, ne Gli incredibili, che è una favola sulla sopravvivenza dell'incanto nonostante l'economicismo. L'immaginazione oggi sembra spaventata da se stessa, si sta autocensurando e ha bisogno di giustificare i suoi voli, dar loro un'apparenza scientifica o sottometterli comunque alle "rassicuranti" leggi del mercato. A tratti. A tratti, in certi autori, se ne frega bellamente: a parte i lavori grafici di Frank Miller e Neil Gaiman e le loro riduzioni cinematografiche, penso all'appena visto Le avventure del barone di Munchausen, dove il barone è proprio l'incarnazione dell'autofondazione dell'immaginario e della futilità di ogni sua riduzione a qualcos'altro. Il problema è che i fantasmi contro cui la volontà riduttiva si batte sono seri e sono da sempre spauracchi della nostra cultura. Alla radice del famoso "why me?", infatti, a ben vedere, non c'è altro che il rifiuto della vocazione, la sensazione di veder limitate le proprie possibilità esistenziali e quindi di non esser liberi di scegliere. E questa libertà di scelta è uno degli idoli più significativi del nostro tempo. Non è un caso che il cattivo dei Fab FourJames Hillman della Marvel si chiami dottor Destino, perché il punto dolente è proprio questo: il (super) eroe non è libero, come non è libero - a meno di non rifarsi saggiamente, come insegna Hillman, al mito di Er - chiunque segua il suo demone. Ecco che le vie della fiction hollywoodiana mi riportano a una delle mie passioni scientifiche: la Bildung e lo strano uso che ne stiamo facendo, del quale a dire il vero molti non hanno alcuna idea Siamo costantemente in equilibrio - nel migliore dei casi - tra il richiamo della rassicurante routine quotidiana e l'anelito verso l'unicità che custodiamo in noi e di cui il DNA può esser letto come l'ennesima riduzione, anelito che però ci spaventa, perché ci ricorda ora e sempre che gli eroi pagano un prezzo piuttosto alto per la fama. Dev'essere questa la ragione per cui  tempo fa Fish scriveva "Heroes don't come easy". L'attuale pletora di splendidi riluttanti non può non far apprezzare per converso Leonida e la piena coscienza con cui si immola alla forza del mito.