Fine della seconda stagione, bei colpi di scena, ma è difficile non farsi assalire da una certa depressione. Su una Terra devastata dall'attacco alieno, i pochi superstiti riescono miracolosamente a rimettere in piedi una comunità e cosa fanno? Lottano col nemico? Studiano strategie di contrattacco? No, si perdono in beghe di potere virtuale - dato che la sopravvivenza più che una scommessa è un grosso punto interrogativo - e ricreano il peggior ambiente amministrato e burocratizzato possibile, con invidie meschine, rivalità, odi, tutto l'ambaradan col quale facciamo i conti tutti i giorni e pare essersi ormai engrammato nel nostro DNA. Come dicevo di Battlestar Galactica - situazione quasi identica, sviluppi pure - quello che mi abbatte di più è che non riusciamo nemmeno a immaginarlo, un corso diverso delle cose. A formulare un giudizio onesto e lucido - Cartesio sarebbe fiero di me! - dei nostri affari che ci consenta di dire basta a certe idolatrie, fissazioni, monomanie che ci stanno portando al disastro. Se devo pensare a un futuro, uno nel quale tutto è saltato e potrei veramente liberarmi dalle "catene della necessità" di cui scriveva Colli, non riesco a pensarlo che identico a questo, pur essendo perfettamente conscio dell'assurdo che si sedimenta nel seguire senza critica e ironia comportamenti sclerotizzati. Del quale sono tanto consapevole da descriverlo, sì, ma con rassegnazione. Come se fosse Umano. Come se non potesse essere altrimenti. Certo, c'è ancora la Seconda Massachusetts, qualcuno che proprio non ce la fa. Ma viene prontamente espulso da chi pensa che i suoi comportamenti compulsivi siano la realtà. Che tra il proprio racconto e il mondo non ci sia distanza. Che basti girarsi dall'altra parte.
E così... Certo, oggi non abbiamo gli alieni - anche se se ne potrebbe discutere. La gente di Charleston, invece, l'abbiamo, in abbondanza. E anche prospettive di devastazione che non hanno neanche il pregio di essere inflitte da altri. E senza forzare troppo un'immaginazione esausta mi chiedo: e se tornassimo a bomba? Il Senato romano era ben consapevole di essere formato in larga misura da vecchie volpi, maneggioni e sfruttatori di intere popolazioni, ma sapeva anche che a volte il mondo non ha tempo né pazienza per godersi manovre e raggiri e che qualcuno della Seconda Massachusetts in giro, per fortuna, c'è sempre. Uno che poi torna all'aratro. Uno cui affidarsi quando si è palesemente incapaci. Lo chiamavano dictator, termine incorso purtroppo in tristi incidenti storici e quindi poco amato da molti, me compreso. Quello però era altro: era la presa d'atto dell'emergenza e la mossa furba per venirne fuori. Una versione decisamente più efficace dell'escamotage "tecnico" cui siamo comunque arrivati, vista la canna del gas. Sarebbe carino ripensare all'idea, fuori da incrostazioni ideologiche e con una giusta normativa. Che lascerebbe liberi da consorterie e giochi di favori e ricatti. E capaci di servire per una volta l'interesse generale.


Per un certo periodo ne ero stato lontano. Più o meno come da una malattia lol Lo seguiva mia moglie, ma io ero riuscito a evitare. D'altronde i serial sono proprio come una malattia o una forma estrema di collezionismo: più ne vedi, più sei curioso o almeno più ne vorresti vedere. Solo che il giorno è fatto di 24 ore, nonostante quello che afferma la nuova campagna MySky secondo la quale tu vivi la tua vita, ti registri quello che ti pare e poi... Quand'è che dovresti vederlo? Invece di dormire? Oppure chiedi un sunto al tuo videoregistratore sotto mentite spoglie, quello che tempo addietro qualcuno immaginava sbracato sul divano a divorare pizze guardando film al posto tuo? Misteri gaudiosi della tv e della vita moderna... Comunque a questo ero sfuggito! Poi, a novembre scorso, sono andato a Lucca Games ed era uscito il boardgame. Impossibile non comprarlo, con consorte e altri amici appassionati. Così ci siamo trovati intorno a un tavolo, due fan e due completi ignoranti ed è stato subito chiaro che ci mancavano le basi. E' stata addirittura l'occasione di una ricerca bibliografica online, a caccia delle prime serie e dei prequel e poi delle quattro stagioni complete. Ed eccomi qui a scriverci sopra qualche idea.

Come dicevano gli Eagles - "non ci siamo sciolti, ci siamo presi una vacanza di 14 anni"
- dopo qualche mese di assenza torno sulle pagine di questo mezzo blog mezzo giardino zen, dove quindi, ovviamente, la fretta non è di casa! E ci torno sulla scorta di un nuovo serial, No ordinary family, che riprende temi che ho già affrontato proprio
Anche il poveretto qui accanto si è trovato nelle condizioni della famiglia Powell per quasi una decina di stagioni, inceppato in rovelli morali e scelte equivoche tra verità e menzogna. Temi simili a quelli di No ordinary family, ma qui perlomeno abbiamo a che fare con un extraterrestre, qualche problema di appartenenza e alterità ci sta tutto. Invece i nostri sono umani e l'arrivo di questa "supermalattia" li allontana da se stessi, gli uni dagli altri e dal resto dell'umanità; invece di ringraziare protestano. Il che, per una cultura che non smette per un attimo di porre l'accento sull'importanza dell'unicità individuale, non è male... E rivela appieno il carattere ideologico di questa insopportabile litania. Quella apprezzata dalla cultura e retorica corrente è un'unicità falsa, superficiale, giocata entro limiti e scelte proposte da qualcun altro , revocabile e non urticante. Perché altrimenti andrebbe a cozzare contro un'altra divertente narrazione ideologica, quella della democrazia come "siamo tutti uguali", una delle idee peggiori che potessero venirci in mente, ma tanto necessaria a un consumismo universalmente diffuso. La democrazia è questione di dignità, non di prassi: il contadino è degno come il manager, il mediocre come il genio. Lo è perché è se stesso, come l'ormai famoso rabbino Meir
E siccome ognuno è unico a modo suo, altrimenti cadremmo in una contraddizione inevadibile, la differenza - anche radicale - diverrebbe fondamento contraddittoriale di com-unità.
Strani segni invero, soprattutto quando si hanno occhi per vederli. Se è vero che i testi televisivi sono il commento e la descrizione del nostro tempo, i cambiamenti che si registrano nella loro lingua sono qualcosa di più dello sghiribizzo degli sceneggiatori. Indicano linee tendenziali e maree immaginali, ben più dei discorsi retorici dei media o della politica. O, se è per questo, dell'economia. Su Fox è partita una nuova serie, The Dresden Files, con un protagonista molto simpatico e con forti echi di quello che può ormai definirsi un classico dell'universo serial, Streghe. Ancora! si potrebbe dire: dopo n stagioni delle sorelle Halliwell ci ritroviamo con un menu appena appena diverso? Personaggi mitici e leggendari, libri con descrizioni perfino troppo puntuali, incantesimi e oggetti di potere... Roba stranota
se non fosse che... L'aria è un po' diversa: prima di tutto un po' più hard-boiled, diretta a un pubblico adulto ch non ne può più di bigliettini in rima e pozioni monodose. E poi quella che in Streghe era una comoda via di fuga per episodi un tantino traballanti - l'amicizia con un poliziotto - diventa un tratto fondamentale, una connessione che funziona nei due sensi. E non è il solo
caso. Gli esempi cominciano ad abbondare: abbiamo Missing, dove sogni e parapsicologia la fanno da padroni, tanto da diventare oggetto di un progetto FBI; abbiamo Medium, dove le doti soprannaturali della protagonista vengono normalmente sfruttate dalle forze di polizia. Gli esempi di un'irruzione sempre meno problematica di mezzi e strumenti "da ciarlatani" nella normalità quotidiana si moltiplicano. Il che la dice lunga sulle condizioni del discorso culturale prevalente fino a poco tempo fa. Un ritratto eccellente di questa battaglia di retroguardia viene da un episodio di Numb3rs, serie che pur ispirata a criteri diametralmente opposti finisce per far sembrare la matematica una magia in sé sortendo quindi l'effetto opposto a quello ricercato, almeno immagino: il protagonista, matematico provetto - anche troppo! - si scontra con un medium del quale tenta per tutto l'episodio di dimostrare l'inaffidabilità, con risultati non molto convincenti.
Oh beh, ci risiamo
anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...
animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.
diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?
Torniamo a occuparci di temi apparentemente più frivoli
Tempo di Halloween, tempo in cui ci si diletta di mimetismo e maschere. Il solo tempo in cui Dexter è simile agli altri... Ma ne siamo proprio sicuri? O c'è - come diciamo a a Roma - la fregatura? Quali maschere indossa infatti, di solito? "Fratello, amico, fidanzato", poliziotto - si può aggiungere - scienziato e chi più ne ha più ne metta. Non la strega o l'elfo o il pazzo con la motosega o Freddy. Indossa le stesse maschere che tutti indossiamo e se può farlo per rendersi normale è perché in effetti sono travestimenti, sono ruoli, cose che dichiarano e nascondono. Non solo Dexter. Potenzialmente chiunque. Ecco perciò che l'implicazione fastidiosa di poco fa diventa un'accusa velata. Come si fa a distinguere il maniaco dalla persona normale? Come si fa a capire chi dichiara e chi nasconde? Chi mente e chi no?
Come diceva Bono: "Am I bugging you? I MEAN to bug you!" Tema che ci porta dove, per chiudere questo post fiume? Al problema della vera originalità soggettiva, principe nascosto di questi anni. Dopo l'inversione moderna del tono spirituale dell'unicità, questa è diventata una specie di miraggio, qualcosa che tutti affermano, pretendono di avere e che invece scarseggia sempre più. D'altronde, in questo tempo di bluff, chi è che può andare a vedere la mano? Solo qualcuno che abbia il punto. Tutti gli altri fingeranno di credere alle balle altrui purché gli altri credano alle loro, in un gioco di specchi dove al centro c'è solo un vuoto crescente. In questa situazione, però, vale per tutti ciò che vale per Dexter: "Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!". Ecco da una parte spiegata la crisi onnipresente delle relazioni primarie, troppo rischiose; inoltre, lo scivolamento è compiuto e il povero animale braccato per cui provavamo pena è diventato una rappresentazione iperbolica di noi: il vicino normale che ha sterminato la famiglia, quel signore tanto per bene che mangiava prostitute, quell'altro che spaccia roba tagliata male. E non è neanche finita qui! Perché in questo simpatico clima, il solo veramente pericoloso è quello che è originale davvero, senza aver bisogno di far stragi o massacrare qualcuno; quello che è spiritualmente unico e può venire a scombinare il gioco degli altri, mostrando quanto sia patetico e insignificante il re nudo. In chiusura di puntata i responsabili della serie si dilettano a sbatterci in faccia la soluzione della sciarada che ci stanno ammannendo, infrangendo gli alibi, ma delicatamente, contando sul fatto che i più non si ricordano le battute di mezz'ora prima e che tutto continuerà a sembrar loro solo un innocuo serial: "Tutti nascondono ciò che sono veramente. A volte seppellisci una parte di te tanto in profondità da dimenticarti che esiste. E a volte vorresti solo dimenticarti chi sei. Non sono il mostro. Non sono né un uomo, né una bestia. Sono qualcosa di completamente nuovo e seguo le mie regole. Sono Dexter".

Well, well, well, è un po' che avevo in mente di dedicare un post al fenomeno serial qui accanto e questo insolito affollarsi di commenti qui su Ciottoli mi ha spinto all'azione, e alla collocazione, anche
evidenza sia probabilmente fuori dalla percezione dei responsabili della serie. Di fatto l'intero impianto di House m.d. è un atto di accusa alle pretese totalizzanti della medicina contemporanea, alla sua rinuncia allo status di arte a favore di un abbraccio incondizionato alla dimensione scientifica, intesa come capacità tendenzialmente assoluta di previsione e cura (e oggi di prevenzione, con i correlati problemi di prescrittività sociale che le sue teorie portano con sé. Basta pensare alle crociate contro il fumo o in favore di uno stile di vita "sano"...). Greg House, sebbene forte di un sapere scientifico ineccepibile e decisamente al di sopra della media, usa di questo sapere in modi assolutamente eterodossi e ne mette di continuo in luce le fallacie e l'inaffidabilità, quando separato dal genio individuale. Si lamenta spesso delle distorsioni e particolari cecità che causa il ricorso massiccio alle analisi computerizzate, che impediscono di apprezzare qualità dei campioni che un medico premoderno avrebbe valutato senza fallo. Arriva addirittura a replicare antichi metodi che oggi suscitano orrore, come quando assaggia del vomito per dedurne gli elementi costitutivi. Salta a piedi pari protocolli e procedure
burocratizzate, sottolineando ogni volta l'unicità del malato che si trova sotto le grinfie, unicità cinicamente disgiunta da giudizi di valore, assunta semplicemente come dato di fatto. In questo suo muoversi originale sullo sfondo di un ospedale tipico, risalta come un extraterrestre tra le schiere di adoratori del dato, o forse come uno dei "visitatori" che una
, quest'altra ci riporta dritti dritti in un contesto più noto, che risuona di Simmel e Jung: "Ma il mio più vivo interesse non è tanto nelle cose, quanto nella relazione tra le cose. Ho speso molto tempo pensando alle presunte pseudo-relazioni che vengono chiamata coincidenze. Che accadrebbe se alcune di esse non lo fossero?"


Il fratello del giovane, dopo i primi momenti di gioia, comincia a condividere l'atteggiamento imbarazzato-stolido-vigliacco di tutti i suoi coetanei e poi, dopo aver assistito a una strana manifestazione di potere da parte del