Due righe di introduzione però si impongono: il funambolo in questione ha camminato sulla fune tra le torri di Notre-Dame, tra i pilastri del ponte del porto di Sidney e, oggetto del film di cui parlo, tra le Torri Gemelle. Tutte cosette illegali, l'ultima quasi inimmaginabile. Il docu-film narra della sua vita, dell'incredibile piano per riuscire nell'impresa e dell'impresa. E' la storia di un progetto asservito a un non-scopo, di un progetto inutile, ma laborioso, stancante, pericoloso. E' la storia di un'impresa di quelle di cui sono pieni miti e leggende, non il nostro tempo, e questo è più che sufficiente per dare una dimensione emblematica al protagonista. Non parliamo poi del prezzo da pagare, a una simile ossessione. Affetti, storie d'amore, fine dei sogni. L'eroe è solo e di norma sacrifica al suo demone ciò che ha di più caro, perfino se stesso. Perché si converrà che danzare su una fune tesa a oltre 400 metri d'altezza senza alcuna forma di assicurazione è questione sacrificale. D'altronde Galahad della Tavola Rotonda deve superare il ponte della Spada durante le sue avventure, un ponte che corre sul filo di un'immensa lama, più o meno come una fune... Una fune che chiama, che è essenza di sentiero ed ebbrezza di volo. Il funambolo è sospeso tra aria e terra, è colui che porta il richiamo del cammino alla torsione estrema e la storia di come riesce, in questo caso particolare, sfida chiunque a discutere l'idea di destino e di vocazione. Dal chiodo che gli ferisce un piede dandogli l'idea per superare i controlli d'accesso all'incontro con un dirigente con gli uffici nelle Torri che l'aveva visto a Parigi ed è disposto a fargli da infiltrato nei sistemi di sicurezza è tutto un succedersi di eventi magici, un percorso dovuto, obbligato. La bellezza del gesto, poi, rimette in prospettiva la questione della performance artistica, che ridiventa gesto arduo compiuto con naturalezza e apparente semplicità grazie a un lungo lavoro ed esercizio. Non semplice sghiribizzo estemporaneo o sciarada spaziale e intellettuale.
C'è poi la dimensione di documentario e la tinta particolare che viene dall'oggetto del sogno del piccolo Philippe: le Torri ancora non costruite. E le immagini ripercorrono la nascita dei grattacieli, mostrano quello che è oggi il buco nero di Ground Zero allo stato seminale, quando si gettarono le fondamenta. Ed è poesia pura. L'intera parabola degli edifici culmina nella danza del funambolo, quasi come fossero state costruite apposta. Il che è un buon punto di partenza per discutere l'affermazione positivista che le cose hanno un senso in sé. Chi avrebbe mai immaginato che tanto lavoro, tante risorse e competenze servissero in fondo a nient'altro che a offrire sollievo a un demone che ruggiva già da bambino? A regalare al mondo un attimo senza tempo di stupore?
Oh beh, ci risiamo
anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...
animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.
diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?
Notava, Simmel, che l’idea di stampa periodica è in fin dei conti un controsenso, laddove si intenda la notizia come qualcosa di cui vale la pena informare un qualche pubblico. Perché chi garantisce ai redattori la disponibilità regolare di notizie? La loro necessità, generata dagli investimenti in apparecchiature, stipendi e materie prime, di presentarsi regolarmente in edicola non farà che obbligarli a costruire come notizie fatti che si potrebbero senza alcuna difficoltà passare sotto silenzio, incrementando la mole già smodata di cultura oggettiva che asfissia i poveri soggetti e disorientandoli sempre più. Allo stesso modo, questa regolarità potrebbe costringere i valenti giornalisti a non riuscire a dar conto di un periodo particolarmente “interessante” – à la Mao – perché le maledette notizie potrebbero allora presentarsi in modo concitato e disordinato, rendendo controproducente la “saggia” pianificazione economicamente fondata…
). Non so se coloro che sembrano preferire lo schema alla ricerca stessa (forma contro vita? Ma dai!) si rendano conto o meno del paradosso, ma se veramente cerco qualcosa non so assolutamente come trovarlo prima di averlo trovato, figuriamoci prevedere i diversi steps che mi ci porteranno e il tempo che mi occorrerà per completarli. Di fatto è una gigantesca presa per i fondelli, reciproca e condivisa, per ingigantire ancora una volta la massa (la quantità? Ma dai!) di prodotti scientifici – e anche qui l’uso del termine spinge a serrare le mascelle per non urlare! – che la nostra cultura si inorgoglisce di evacuare costantemente sul mercato, nella strenua convinzione che tanto sia buono e di più sia meglio. Al di là di questo, tuttavia, la questione è anche più esistenzialmente profonda: dov’è lo stimolo a raggiungere un domani del quale si sa già tutto: la scansione degli impegni, il tempo atmosferico, gli incontri, il luogo dove avverrà? L’unica cosa che può avere di buono una pianificazione così spinta è che mi permette di dare i giorni per già vissuti con largo anticipo e quindi strappati simbolicamente alla morte, anche se – come nota il buon Woland – “è proprio dell’uomo essere mortale all’improvviso” e non credo che al saldo finale un progetto di giorno valga quanto un giorno vissuto. L’ironia profonda di questa smania regolativa sta proprio qui: nel fatto che, pur senza morire, si passa di progetto in progetto, perdendo di vista il fascino, il rischio e la sorpresa della vita che si fa, continuamente dimentica dei nostri programmi. E l’aver precedentemente progettato ci lascia a disposizione, nel migliore dei casi, una soddisfazione disincantata per lo svolgersi regolato dei fatti previsti: nessuna gioia in caso di successo, terribili frustrazioni in caso di (probabile, per la