lunedì 27 aprile 2009
Il Corpo 2.0: una metaconferenza
Il Corpo 2.0 from MarioEs on Vimeo.
domenica 12 ottobre 2008
Penna o PC?
Il dibattito ferve, anche se negli angoletti dei giornali e in convegni non proprio da prima pagina
ed è un bene che sia così. Anche per incentivare la riflessione, riprendo un trafiletto della rubrica NON SOLO CYBER de L'espresso (39/2008, p. 173) in cui Antonio Tursi dà conto delle parole di un pedagogista, Franco Frabboni, che sostiene: «Un testo scritto a mano contiene una riflessione. Un testo scritto al pc o con il telefonino, il più delle volte, assolve alla funzione di trasmettere un messaggio [...]. Considero l'uso del computer uno dei segnali della perdita di corporeità dei nostri ragazzi. Vita sedentaria, isolamento, perdita della manualità, riduzione della capacità di introspezione e riflessione». Ora, per carità, scrivo al pc da anni, anche se per certe cose mantengo imperterrito carta e penna, ma non mi sento di condividere in toto le critiche mosse a questi appunti da Tursi, che dice tra l'altro: «I facitori del sistema scuola possono continuare a denunciare la distanza tra i loro modelli lineari e unidirezionali di insegnamento e le dinamiche collaborative e orizzontali di condivisione e apprendimento che le giovani generazioni sviluppano al di fuori dell'aula» e altre simili osservazioni. Che tradiscono però un netto pregiudizio a favore dell'attuale e contro l'antico che puzza un po' troppo di mito del Progresso a tutti i costi. Sarà anche vero che il futuro impone di provare a cambiare gli schemi mentali... Ma questa cosa delle imposizioni del futuro, dipinte come inevitabili, mi stanca sempre di più. Chi l'ha detto che non si può che proseguire su questa china? Soprattutto quando ciò che si osserva, da un punto privilegiato come l'università, è un ripido peggioramento delle capacità di concentrazione e riflessione, in linea con quanto sostenuto dal "dinosauro" Frabboni. Perché dev'essere necessariamente vero che ciò che abbiamo oggi è migliore di quello che avevamo ieri, da tutti i punti di vista? Certo, il pc è un grande strumento per certe attività, ma accentua
radicalmente le meccaniche di esteriorizzazione della mente e della coscienza e la separazione dalla materia del mondo. Come affermava De Kerckhove al convegno di giovedì su SL, questo può risultare nella perdita di capacità di interazione in presenza, nell'incapacità relazionale e il disperdersi nella Rete è, per l'appunto, un disperdersi. Possiamo fare del tutto a meno del movimento che riporta al centro, nell'interiorità con la quale l'Occidente non ha mai avuto buoni rapporti, oppure ne va della possibilità di costituzione della soggettività umana? Sembra di intuire una grande assenza vociante, guardando avanti, e non so se ritenerla ineluttabile e inchinarvisi sia un'idea sensata...martedì 3 aprile 2007
YouTube, MeTube... WhoTube?
, ha a che fare con il Web, in particolare con YouTube e con inediti comportamenti delle nuove generazioni in tema di privacy e riservatezza. Il tutto parte dalla constatazione che riserbo, vergogna e discrezione non fanno più parte del loro armamentario emozionale e relazionale. Che, come afferma Danah Boyd, una dei tanti guru che oggi affollano rete e media, "hanno abbattuto [le] mura [che le vecchie generazioni usavano per proteggere le zone più intime della personalità] e hanno cominciato a disperdere i loro pensieri reconditi sulla Rete e a permettere agli altri di intrufolarsi nel loro territorio mentale..." (L'espresso 8, 2007, pp. 176-177).Questo lo chiamerei un crocevia, dove si intrecciano discorsi sociologici e psicologici e, più latamente, esistenziali. Andando a disturbare Neumann e la sua Storia delle origini della coscienza, verrebbe quasi spontaneo un parallelo tra le mura medievali stigmatizzate dalla Boyd e il faticoso processo di costruzione del sé, tutto volto ad arginare la participation mystique uroborica e quindi proprio quella dispersione che invece la Rete sembra invitare nei suoi giovani frequentatori. E anche in quelli meno giovani, se vogliamo ricordare che la soggettività non è un fenomeno anagrafico, ma un flusso e una conquista quasi quotidiani. Cosa che sembrerebbe poter costituire un problema, se fossimo un tantino più attenti a ciò che accade (o, più spesso, non accade) dentro di noi, se quel processo di chiusura e fortificazione è il processo che ci ha permesso di diventare uomini coscienti. È vero d'altro canto che lo stesso Neumann ci segnala una difficoltà derivante dall'eccessiva accentuazione della separazione tra conscio e inconscio, dalla recisione di ogni legame dell'Io dalle sue radici emotive, caotiche e creative.
In questo senso, questa nuova tendenza la si potrebbe leggere col solito schema della corsa del pendolo: prima l'eccesso delle barricate, poi quello dell'abbattimento dei recinti...
Tutto questo sottintende però alcuni fatti dati come assodati ed aproblematici: quello che qui mi sembra più rilevante è la circostanza per cui si è comunque soggetti e queste dinamiche possono perturbare o aiutare questo nostro stato. Ed è qui, come direbbero i latini, che latet anguis in herba. Disturbando questa volta i teorici ottocenteschi (dio,
quanto sono vetero
) della Bildung - e trovandosi d'accordo con loro, come mi succede - si scopre che la questione non è affatto così semplice, che il dialogo incessante tra conscio ed inconscio, tra esperienza intima di vita e rapporti col prossimo è uno dei fattori che innescano il processo virtuoso che porta alla soggettività, che senza di esso rischia di restare lettera morta, o seme che non dà frutto, tanto per disturbare anche qualcun altro... E che la posta in gioco sia proprio la soggettività lo dimostra il prosieguo dell'articolo: "La società si è trasformata in un concorso di esibizionisti", ci dice un altro esperto del settore. Ora, qual è la considerazione implicita dell'esibire? Proprio l'avere qualcosa che valga la pena di essere mostrato. Nel momento in cui ognuno si ritiene tanto interessante da valer la pena di darsi a vedere, compie un gesto di presunzione o di disperazione: o ritiene veramente di essere eccezionale, oppure bluffa e capovolge - come l'Occidente fa spessissimo - la logica delle cose, asserendo di fatto che il gesto del mostrare implica un contenuto rilevante. Cosa tutta da discutere. Nei terabyte di materiali che intasano la rete, di fatto, di interessante c'è sempre meno. C'è, di contro, la richiesta di attenzione per storie qualunque, vissute in superficie, clonate da modelli di più che dubbia significatività, che va a complicare ulteriormente - sia per i materiali che per l'esempio - la strada di quei pochi che si rendono conto che diventare qualcuno è parecchio più complicato di così. Qualcuno che somigli a noi stessi, e non a Paris Hilton.
giovedì 7 dicembre 2006
Dr. House o la medicina come arte
Well, well, well, è un po' che avevo in mente di dedicare un post al fenomeno serial qui accanto e questo insolito affollarsi di commenti qui su Ciottoli mi ha spinto all'azione, e alla collocazione, anche
Al di là dei pregi e difetti della produzione seriale - la ripetitività del modulo, il senso di familiarità e partecipazione che si instaura col cast, la ritualità dell'appuntamento settimanale (quando li si segua in TV) - House m.d. gode a mio parere di due assi nella manica, uno senz'altro intenzionale, l'altro forse più inconsapevole. Il primo sta nell'abilità notevolissima - quasi geniale - del team di scrittori di ritrarre il personaggio chiave e di confezionargli dialoghi tagliati su misura, alla quale si correla la bravura dell'interprete Hugh Laurie (invito gli anglofoni a leggere le sue frasi memorabili riportate su Imdb *grin*). Una di queste mi porge il destro per spostarmi al secondo atout della serie. Cito: "Sono cresciuto con una certa antipatia per le cose antiscientifiche, così l'attuale innamoramento per tutto quel che è orientale mi snerva un tantino. Se starnutisco sul set, subito 40 persone mi porgono dell'echinacea: piuttosto che prenderla mangerei una matita. Forse è per questo che ho cominciato con la boxe: è la mia risposta a gente in pigiama bianco che cerca di sentirsi il chi"...Da una parte ciò depone a favore della mia equanimità, visto che pratico da un po' il tai chi
dall'altra mostra quanto l'aspetto che metterò ora in
evidenza sia probabilmente fuori dalla percezione dei responsabili della serie. Di fatto l'intero impianto di House m.d. è un atto di accusa alle pretese totalizzanti della medicina contemporanea, alla sua rinuncia allo status di arte a favore di un abbraccio incondizionato alla dimensione scientifica, intesa come capacità tendenzialmente assoluta di previsione e cura (e oggi di prevenzione, con i correlati problemi di prescrittività sociale che le sue teorie portano con sé. Basta pensare alle crociate contro il fumo o in favore di uno stile di vita "sano"...). Greg House, sebbene forte di un sapere scientifico ineccepibile e decisamente al di sopra della media, usa di questo sapere in modi assolutamente eterodossi e ne mette di continuo in luce le fallacie e l'inaffidabilità, quando separato dal genio individuale. Si lamenta spesso delle distorsioni e particolari cecità che causa il ricorso massiccio alle analisi computerizzate, che impediscono di apprezzare qualità dei campioni che un medico premoderno avrebbe valutato senza fallo. Arriva addirittura a replicare antichi metodi che oggi suscitano orrore, come quando assaggia del vomito per dedurne gli elementi costitutivi. Salta a piedi pari protocolli e procedure
burocratizzate, sottolineando ogni volta l'unicità del malato che si trova sotto le grinfie, unicità cinicamente disgiunta da giudizi di valore, assunta semplicemente come dato di fatto. In questo suo muoversi originale sullo sfondo di un ospedale tipico, risalta come un extraterrestre tra le schiere di adoratori del dato, o forse come uno dei "visitatori" che una pellicola di qualche tempo fa aveva ritratto con esiti assai comici.Di fatto Greg House è un bell'esempio di quel sapere inclusivo di cui si parla piuttosto spesso, chiamandolo "pensiero complesso" o "logica et/et" o qualcuna delle tante altre definizioni disponibili, un sapere che si rende conto che i confini tra scienza e pseudoscienza sono nella migliore delle ipotesi fuzzy - come scriveva svariati anni fa un antesignano di simili - sballati, direbbero i più - punti di vista, Charles Fort. Autore, tra le altre cose, del Libro dei dannati (pubblicato nel 1919 e ristampato, in ultimo, nel 1999, ohibò!), la cui tecnica di redazione ricorda pericolosamente il modo in cui il serial del nostro misantropo dottore è nato. Racconta infatti Imdb che lo show sia stato ispirato da The Diagnosis Column del New York Times Magazine, dove si descrivono casi medici inusuali; Fort è partito dalla stessa considerazione, concentrandosi però sui casi definiti inspiegabili dalle riviste scientifiche dell'epoca, relegati di norma in trafiletti schiaffati nelle ultime pagine: ne ha raccolti a centinaia, che sono poi diventati i "dannati" del libro omonimo. Tipo interessante, ha lasciato alcune memorabilia che vale la pena citare: "Non posso concepire niente, in religione, scienza o filosofia, che sia qualcosa in più della cosa giusta da indossare per un momento". Se questa è già piuttosto intrigante, ricordando molto storie Zen su Buddha che darebbero sui nervi a Hugh Laurie
, quest'altra ci riporta dritti dritti in un contesto più noto, che risuona di Simmel e Jung: "Ma il mio più vivo interesse non è tanto nelle cose, quanto nella relazione tra le cose. Ho speso molto tempo pensando alle presunte pseudo-relazioni che vengono chiamata coincidenze. Che accadrebbe se alcune di esse non lo fossero?"Direi che per essere un "semplice" serial di spunti ne offre parecchi, no?
venerdì 2 giugno 2006
Barbari e barbari
giovedì 23 marzo 2006
The 4400, ovvero USA e rapporti primari
Di norma ci si mette a guardare la tv senza farci troppo caso
Il malefico apparecchio, tra l'altro, è dotato di un'assertività magica per la quale tendiamo a dar per buono quello che ne esce perlomeno fino a prova contraria e in molti casi ben oltre ogni ragionevolezza. Il senso critico si appanna e va a finire che non si notano buchi di trama, contraddizioni o particolari stridenti che ci parlano di multicultura e profonde differenze in seno al nostro occidente. The 4400 rientra a dire il vero nell'ultima categoria, in quanto testo denso di spunti sui rapporti umani in terra d'America (USA). Trama da maniaci: 4400 disgraziati vengono rapiti da alieni (o almeno sembra la circostanza più probabile) nell'arco di sessant'anni e poi rispediti sulla Terra tutti insieme ai giorni nostri. Facile immaginare che il loro ritorno crei qualche problema a livello di rapporti primari, nelle reti di cui facevano parte e anche negli stessi malcapitati, che tra l'altro non sono invecchiati di un giorno e hanno a che fare con parenti e amici morti o decrepiti. Ma questo non sarebbe nulla! Il focus della questione è sul tipo di problemi e sulle dinamiche che innescano. Allora: al di là di una generica accusa di essere freak, mostri (raccomando la splendida canzone dei Marillion dallo stesso nome, testo qui) che possiamo ricollegare senza grosso stress all'angoscia del diverso, abbiamo un generoso assortimento di casi umani che - e questo è l'aspetto più inquietante - non vengono concepiti come particolarmente centrati sull'aspetto relazionale, ma presentati come una "normale" esplorazione delle reazioni del cittadino medio verso i suoi cari scomparsi senza alcuna colpa per circostanze inspiegabili. Una mogliettina torna a casa dopo 13 anni: lasciava un marito e una figlia di 6 mesi. Quando viene dimessa dalla quarantena cui tutti e 4400 sono stati sottoposti, non trova un'anima ad attenderla e, una volta arrivata a casa, scopre che il marito si è risposato e non ha mai detto alla figlia che l'attuale madre non è la madre naturale. Dopo 13 anni potremmo dire che è comprensibile, ma non ti sprechi neanche ad andare a dirglielo di persona, pur se avvisato dalle autorità? E la prima cosa che fai è appiopparle un'ordinanza restrittiva che le impedisca di avvicinarsi a te e alla figlia?
Un ragazzo torna dopo soli 3 anni, quando è stato preso suo cugino che era con lui è entrato in coma e c'è rimasto. Lo zio, investigatore protagonista della serie, come lo vede lo accusa praticamente di essere il responsabile della disgrazia del figlio e gliene chiede conto, pur sapendo che tutti e 4400 non ricordano un beneamato accidenti. Sembra convinto che il nipote abbia spento suo figlio per poi andarsi a fare una gita intergalattica
Il fratello del giovane, dopo i primi momenti di gioia, comincia a condividere l'atteggiamento imbarazzato-stolido-vigliacco di tutti i suoi coetanei e poi, dopo aver assistito a una strana manifestazione di potere da parte del parente ritornato, gliene chiede ripetutamente conto a brutto muso per poi dileggiarlo apertamente. La richiesta di spiegazioni è il centro delle dinamiche di relazione, lo choc dell'incomprensibile si traduce in stigma per gli involontari portatori e non c'è alcun tessuto di affettività che faccia premio sullo stress razionale, alcun legame che spinga a fare muro in suo nome, come ci aspetteremmo - nel bene o nel male - in un contesto simile al nostro. Carne e sangue non parlano a nessuno degli sventurati o ai loro congiunti. Sì, perché non è che gli sventurati siano molto meglio. Il giovane di cui qui sopra, una volta scoperto che il cugino è in coma un po' anche a causa sua, ci mette quasi un mese per andarlo a trovare in ospedale e, quando lo fa, si sospetta che sia solo per testare una teoria su un suo nuovo, inspiegabile potere. Già, non sono solo freaks nell'immaginazione collettiva, lo sono diventati anche di fatto, in una versione nuova e interessante del tema di X-Men
domenica 29 gennaio 2006
C.S.I.: artificialismo e relazione
Il fatto che nel senso comune vita quotidiana e processi culturali “alti” vengano percepiti come autonomi gli uni rispetto agli altri fa sì che solo pochi ne azzardino un’interpretazione incrociata o, per meglio dire, tentino di scoprire delle correlazioni tra loro. Ed è un peccato, perché i cambiamenti di orientamento e di equilibrio tra le diverse dottrine che in ogni momento storico formano il corpo vivo di una cultura si riflettono in modi insospettati sui suoi molteplici aspetti. La rifrazione avviene secondo logiche non lineari né esclusivamente razionali, seguendo spesso i principi formali di costellazione simbolica studiati da Durand, e testimonia della Wechselwirkung che ad ogni livello connette l’interezza del corpo sociale e delle sue svariate produzioni, come genialmente tradotto da Douglas Adams, mai abbastanza compianto autore della Guida intergalattica per autostoppisti, con il principio della “fundamental interconnectedness of things”. Va riconosciuta la capacità visionaria e profetica di Adams, abile nell’usare concetti al tempo esoterici in un contesto comico-satirico che se ne rende filtro e viatico per suggerire implicitamente spunti di riflessione.
Mentre sembra che Adams avesse di mira proprio questo risultato – come pare evidente dagli intenti civici dissimulati in Last Chance to See –
altre produzioni nascono e conoscono successi sinora impensabili anche grazie al loro incarnare principi teorici che sono in fase crescente, dopo eclissi più o meno prolungate. È questo il caso del serial C.S.I. - Crime Scene Investigation. In proposito, vale la pena di cominciare da un presupposto implicito, ovvero dalla mutazione immaginale che dal detective solitario, classico anti-eroe maledetto e dark, ha portato all’équipe asettica in cui si evidenzia tutt’al più un primus inter pares, che può difficilmente connotarsi come leader tradizionale. Da questo punto di vista, l’angolo visuale che voglio evidenziare nella concezione del serial è del tutto anomalo, poiché quello che più appare evidente, da una rapida ricognizione delle trame e degli ambienti, è l’inno alla tecnologia e il metadiscorso del controllo realizzato per suo tramite, che si sostanzia nel sempre più marcato investimento da parte dei governi di molti paesi in ricerche su tecniche di misurazione biometrica sempre più sofisticate. Riducendo al minimo l’intuizione della serie, si può dire che il messaggio è: “Per quanto sottilmente l’animale che è in te riesca a dissimulare le sue tracce, i nostri nuovi strumenti sono in grado di braccarlo e sconfiggerlo. Conformati o sarai schiacciato”. In qualche modo la prima, più ovvia interpretazione del telefilm è in chiave artificialista: la macchina batte l’uomo e di conseguenza, anche a livello di protagonisti, l’uomo è tutto
sommato secondario, interscambiabile. Ecco quindi il team e non l’eroe, la frequente messa in discussione del primato individuale, fino a Gil Grissom (William Petersen) degradato per scarsa capacità di conformarsi ai protocolli impersonali che sono l’anima del suo mestiere.
Questo specifico tema, tuttavia, risulta dissonante dall’ispirazione centrale come appena evidenziata, perché pare rivalutare l’uomo (la nostra simpatia va immancabilmente al vecchio misantropo) contro l’alienazione programmata e scientificamente fondata di un sistema che dell’uomo stesso può fare sempre più a meno (o almeno crede). La stessa modulazione si coglie nella valorizzazione che affiora spesso dell’intuito umano, visto come il solo fattore capace di mettere in relazione le prove “brute” che da sé non direbbero nulla o a volte potrebbero perfino sbagliarsi! E proprio questo introduce alle osservazioni che mi ero prefisso all’inizio: contro l’apparenza (forse addirittura contro le intenzioni esplicite di chi ha concepito la serie), C.S.I. trae parte del suo fascino e successo dal fatto di mettere in scena costantemente, su più livelli, l’interazione creativa che buona parte della sociologia attuale pone alla base dell’essere sociale – la Wechselwirkung simmeliana o, alla Adams, “the fundamental interconnectedness of things”. In quest’ottica la squadra non è più un insieme di elementi funzionali al sofisticatissimo parco macchine del
laboratorio, ma un insieme di soggetti abili nel connettere le proprie risorse intellettuali e creative così da risolvere enigmi complessi, qualcosa di molto più vicino alle filosofie organizzative delle Human Resources, per quanto detesti l’etichetta, che non al funzionalismo tecnologico. Di più, un insieme di pari dignità la cui esistenza stessa serve di lezione alle tendenze inflattive dell’Io, ridimensionandole in tutti i suoi membri e insegnando loro una significativa lezione di umiltà. E poi c’è il discorso neopositivista del culto delle prove, nel quale si cita l’eterno rimando alla “dura lezione dei fatti”. Non a caso in inglese si dice hard evidence, prove toste, dure, irrefutabili. Lo stesso dei fatti sociali di inizio XX secolo. Stessi termini, stessa ideologia, direi, soprattutto se si pensa all’uso veramente ideologico che se ne fa (delle prove dico) negli USA in occasione dei vari processi che culminano nella messa a morte dello sfigato di turno… Queste stesse prove dure traggono, a ben vedere, il proprio senso solo dall’interpretazione umana, spesso non razionale, ma dettata da intuito, ricordi, emozioni. Ancora e infine, a un livello più profondo, ma che si potrebbe definire essenziale per l’intera serie, l’interazione fondante tra vittima e carnefice, quella descritta nel principio di scambio di Locard per cui l’una lascia sempre qualcosa di sé sull’altro e viceversa. Principio su cui si basa la certezza inquisitoria di Grissom e la sua fiducia incrollabile in quelle prove che spesso compaiono solo perché lui le cerca e non di loro spontanea ed autoevidente volontà e che spesso sembrano contraddirlo, se non si rivelano fuorvianti perché inserite in un quadro concettuale o cognitivo inadeguato. Il principio di Locard è l’inevitabilità della relazione e mi pare emblematico di una modulazione interpretativa della serie che le restituisce un’interessante umanità e, addirittura, una vena sovversiva.